di Silvia Vernuccio

Cara ragazza e caro ragazzo, cara donna e caro uomo,
ti renderà felice sapere che oggi tu — sì, proprio tu — sei al centro dei miei pensieri. Così tanto che voglio dedicarti questa lettera, per dirti una cosa strana, una cosa che potrebbe turbarti.

Vedi, io lo so.
So che questo mondo fa paura.
Forse non è sempre stato così, non ha sempre incusso questo timore. Un tempo, che io ricordi, era un posto più semplice — alle volte più chiuso su certi aspetti, ma tante altre più genuino e aperto.

Poi, a un certo punto, le cose sono cambiate. Hanno iniziato a farlo lentamente, in quel modo silenzioso e invisibile che segna ogni cambiamento pericoloso. Gli spazi sono iniziati a essere sempre più stretti, le persone sempre più numerose — ma non la loro compagnia: persone numerose e un’immensa solitudine che, come l’edera sui vecchi palazzi, ha iniziato a infestare gli spazi vuoti fra la popolazione man mano che cresceva.

Cresceva la popolazione e crescevano gli spazi vuoti fra persona e persona, cresceva l’edera, e tu non hai potuto farci niente. Perché non ci hai neanche fatto caso, finché non è stato troppo tardi.

Da piccoli, adulti che avrebbero dovuto essere più saggi e forti di te ti hanno detto che nella vita avresti dovuto avere delle priorità. Dare importanza alle cose davvero considerate rilevanti: e cioè, tutto ciò che si poteva vedere, e toccare, e con cui si poteva costruire una casa — il posto fisso, un compagno o una compagna affidabili, una serie di oggetti da possedere.

E indovina? Per un po’ ci hai creduto, ci hai creduto davvero. Hai creduto che queste tre cose fossero una specie di mantra, una formula magica che, una volta nelle tue mani, ti avrebbe permesso di raggiungere la Felicità.

Sembrava perfino che fosse reale, che avessero ragione tutti, che fosse proprio così: salvo svegliarsi, ogni tanto, passare quelle due o tre notti insonni con quel groppo alla gola e quell’impressione — di cosa? — come di qualcosa che ti sfugge dalle mani, come se tutto ciò che avevi costruito non ti appartenesse veramente fino in fondo — ma come è possibile?

Dopotutto, è tua questa vita che hai preso a caro prezzo, il prezzo di tutte quelle notti insonni! Notti passate ad avere l’impressione di stare vivendo, in fondo in fondo, la vita di un altro, una vita che per quanto ben pensata e architettata nella certezza di ogni minimo dettaglio, non sentivi tua fino in fondo.

Eppure quelle notti insonni avresti pure potuto ignorarle, con un po’ di pratica. Non è vero? Ci hai provato, all’inizio.

E ce l’avresti fatta, se non fosse stato per quella… maledetta… Paura.

La paura: come un pungolo, ci pensava lei a ricordarti tutto

Una forza altrettanto invisibile, ma ben più schietta, diretta, di quelle notti insonni fatte di sensazioni sottili. No; quella cavolo di Paura ti arrivava fra capo e collo mentre eri nel bel mezzo di una conversazione, e qualcuno cercava di scavare più a fondo nel tuo stato d’animo: allora, allarme rosso!, gridava quella Paura strana e sconosciuta, e in qualche modo anche se tutte le notti insonni ti avevano fatto venire una gran voglia, un gran bisogno di raccontare cosa stesse succedendo dentro di te a qualcuno, se quello ti veniva davvero così vicino per chiedertelo tu ti rintanavi al tuo interno e lo spingevi via con un bel forcone appuntito, offerto da Paura, naturalmente.

Era il tempo dei “come stai?” a cui rispondevi “tutto bene!”.

Ma il giorno dopo ti accorgevi che l’edera, quell’erbaccia infestante tra le persone, in qualche modo ti era come cresciuta tutt’intorno e si era moltiplicata. Intorno a te il mondo andava avanti — e non è detto che fosse peggiore in tutto, rispetto al passato: su alcuni argomenti c’erano grandi progressi, si iniziava a parlare sempre più di cose che un tempo erano solo di nicchia, invisibili ai più: cose come le emozioni, l’intelligenza non solo della mente ma del cuore, e tu avresti tanto voluto prendere parte alla conversazione eppure quell’edera non te lo permetteva, e non te lo permetteva neppure la Paura, pronta a pungolare chiunque si avvicinasse troppo.

Una volta ti ha pure fatto fare una cosa strana, assurda: hai visto gente intorno a te che si dava da fare, che faceva qualcosa di bello e di valore e tu avresti tanto voluto farle un complimento, dire “wow, che bello!” eppure, il pungolo di Paura è arrivato dritto dritto nel tuo stomaco e ti ha ricordato tutte le notti insonni passate a sentire di voler avere una vita diversa e più tua, e allora per qualche strano motivo, non ce l’hai fatta a dire quella bella cosa, e hai solo provato dolore.

Un dolore che era doppio: era il dolore per la tua persona, e per quella gente, che meritava un complimento e che invece hai pure finito per odiare un po’.

E di nuovo, come edera questa sensazione ha continuato a svilupparsi in te, e ti è sfuggita di mano.

Ed eccola lì, la tua vera, grande, immensa Paura: certe volte, nelle tue notti insonni, ti alzi e vai fino allo specchio e, accertandoti che non ci sia nessuno a vederti, ti guardi.

È allora che la vedi, così grande e schietta e infestante che ha quasi preso il posto del tuo stesso viso: la paura di darti. La paura di spalancare le braccia a ogni diavolo di emozione che l’essere umano è fatto per provare, la paura di andare fino in fondo alle cose perché ti hanno insegnato solo ad accontentarti, la paura di applaudire per qualcun altro per il timore che nessuno lo farà mai per te in futuro. Perché da qualche oscura, solitaria parte piena d’edera dentro di te, hai la certezza che quel momento non verrà mai.

È solo che ancora non sai, che quella non si chiama certezza.

Quella, amica o amico, sorella, fratello mio, è soltanto Paura.

E continuerà a infestarti finché non ti renderai libera o libero — e non è un compito che puoi delegare a nessuno, né alla mamma né al papà, né alle generazioni passate o a quelle che verranno.

È a te che tocca cambiare il mondo di nuovo, a cominciare da te.