di Paolo Marinovich

Questo contributo è legato al precedente testo Dal racconto di un astronauta

Dal racconto di un astronauta alla ricerca del senso della vita

Il senso del nostro esistere, nelle dimensioni che conosciamo e in cui evolviamo, forse è esattamente ciò che stiamo facendo e siamo portati a fare: ciò che una “parte vivente” dentro di noi, molto profonda, sente e sa di dover fare in ogni momento. Anche le cose razionalmente inspiegabili. Forse sono la nostra parte di divinità, come dicono alcuni maestri.

Dubbi inevitabili

Allora… smettere di interrogarsi e accogliere ciò che accade, compresa la morte dei propri cari, ciò che i nostri limitati sensi percepiscono come una missione compiuta o ancora da compiere, per assicurare la continuità dell’Universo?
Se possiamo concorrere alla continuità dell’Universo, siamo partecipi di una volontà vitale, evolutiva, divina; ma se c’è un disegno di “continuità” – spaziale e temporale – non potrebbe concepirsi anche la possibilità di una discontinuità? Ovvero di una fine?

Vito Mancuso, teologo, ammise – in una lontana intervista televisiva – di avere più di un dubbio e di poter immaginare che persino la potenza di Dio possa avere un limite. Se così fosse, penso io, l’ateo direbbe: «vedi, l’Universo va come va, l’uomo e i suoi comportamenti sono figli della civiltà e delle strutture che essi stessi costruiscono; la scienza spiegherà quello che può, nel tempo che ci vorrà.»
Il credente direbbe: «io non so se sia misurabile la potenza di Dio, né saprei mai misurarla; ma sento che Egli me ne ha reso partecipe. Perciò il mio cammino ha già una direzione, lo percorro per assecondare il disegno divino. A maggior ragione, se Dio è onnipotente.»

Basta questo, come senso della vita? Non credo che basti il solo vivere come fatto meccanico, come il trascinamento di un sassolino nel corso di un fiume. Se bastasse, dovremmo chiederci anche perché ci preoccupiamo della nostra felicità, ammesso di sapere che cosa essa sia. Non so se il sassolino possa provare qualcosa al cambiare della sua velocità e direzione; né se un albero possa lamentarsi o rallegrarsi del suo aver ferme radici e doversi spogliare e rivestire a ogni stagione.

In quest’epoca di coronavirus e anche di altre patologie, oggi quasi passate in secondo piano nella strumentalizzazione politica e nella percezione sociale; in quest’epoca di globalizzazione economica, ecologica, sociale, in ogni caso multiforme, io sto cercando di riconoscere il senso dell’esistere in ogni evento che fa muovere qualcosa in me e mi invita a una scelta e un’azione.

Potrà essere di volta in volta la meraviglia per la bellezza della natura, delle persone, dell’arte; la gioia di un incontro o il piacere di una scoperta; e anche il dolore per una perdita, la rabbia per un’avversità, la disillusione o il disorientamento per un dubbio.

Benvenuti i dubbi: se non ne avessimo, finiremmo per essere davvero del tutto indifferenti rispetto a ciò che ci accade.

Il pilastro della vita

Certo, “gli eventi semplicemente accadono” (si legge spesso) e non si può pretendere di prevedere il proprio cammino, in modo deterministico. Perciò credo che la chiave sia riuscire a tradurre gli eventi in consapevolezze e scelte, con assunzioni di responsabilità; questo processo fa sì che non siamo solo trasportati dagli eventi senza esserne pienamente coscienti; ma ci permette di scambiare forme di energia con il sistema intorno a noi: offerta generosa di proprie risorse e gratitudine per quelle ricevute.

Noi diamo il benvenuto a un dono, la vita, di cui non sappiamo veramente definire l’origine e il fine; sappiamo invece riconoscerne il flusso e le emozioni che lo accompagnano. Questo complesso è sufficiente a farci desiderare di perpetuarla, se è vero – e se non è solo una nostra distorsione sensoriale – che questo avviene da un’indefinita notte dei tempi: il nostro “irruente, prepotente, indomabile istinto di sopravvivenza”, come scrisse Eugenio Scalfari  in un bell’articolo di qualche anno fa.

«Il pilastro della vita» diceva Scalfari «è “l’amore che sorregge la nostra esistenza in tutte le sue pieghe, alimenta i desideri, scatena il furore delle passioni e la dolce tenerezza degli affetti.» Trovo curioso e paradossale l’uso della parola statica “pilastro” per qualcosa che muove tutto questo flusso.

Mi fermo qui. Probabilmente vi si troverà poco di utile per la concretezza della quotidianità; tuttavia, la riflessione su esperienze vissute e su alcuni eventi dell’attualità possono essere “chiamate” forti. Mi piacerebbe che in quello che ho scritto qui vi fosse qualche spunto valido per accendere luci di consapevolezza e di serenità, quelle che fanno apprezzare veramente quell’immutabile “dolce tenerezza degli affetti”.