di Silvia Vernuccio

Pochi giorni fa, mi è capitato di guardare un programma televisivo che prevedeva l’interazione tra un gruppo di persone e di fare alcune riflessioni concrete su quello che si intende con “anestesia emotiva”.

In dinamiche come questa, il fattore emotivo è certamente un elemento chiave, capace non soltanto di influenzare il gioco, ma anche di gettare indizi sulla storia emozionale dei singoli individui.

In un simile contesto, è facile che si giunga a discussioni per questioni d’ogni tipo, ma quello che mi ha davvero colpito osservare è stato il modo in cui, durante uno scambio di opinioni, i partecipanti avessero deciso di rispondere alle manifestazioni emotive verbali di un altro concorrente.

Ad esempio, quando il concorrente X affermava di sentirsi in ansia nel manifestare il proprio punto di vista, le reazioni dei suoi compagni contemplavano l’uso di parole come “sei pesante”/“hai un atteggiamento immaturo”/“litighi per cose inutili”/“mi metti in difficoltà”/“prendila più alla leggera”.

In seguito a queste risposte, il concorrente X è passato dall’affermare di avere paura di sbagliare nel dire ciò che provava e pensava, ad affermare di sentirsi una persona sbagliata.

Questo pattern, così facilmente osservabile attraverso uno schermo – quasi la televisione ponesse certi eventi a una distanza irreale dallo spettatore – si presenta in realtà di frequente anche nella nostra vita di tutti i giorni.

Schemi comportamentali che fanno sopprimere le emozioni

È un pattern che a lungo andare si consolida nei nostri schermi comportamentali, arrivando a costruire un’abitudine radicata: quella di sopprimere le emozioni.

Se un’emozione, dopo essere stata manifestata, viene poi anche velocemente soppressa/ridicolizzata/incolpata/sminuita/depotenziata/invalidata, con tutta probabilità si formerà in chi la prova la convinzione che né la manifestazione, né tantomeno l’esistenza di quella data emozione siano lecite.

Quando questo pattern si consolida nel tempo e nel nostro stile di vita, diventa poi estremamente naturale non riuscire più ad avere un dialogo con la propria sfera emozionale, con la conseguenza di sentirsene anestetizzati.

Ci si sente insensibili verso una parte di se stessi, quella emotiva – e comprensibilmente: è il mondo ad averci insegnato che la reazione migliore al sentire affiorare un’emozione da dentro di noi, è quella di sopprimerla.

Altrimenti, si passeranno guai; altrimenti, saremo dei “guastafeste”; altrimenti, si farà del male a qualcuno con la nostra “pesantezza”; altrimenti, non solo staremo sbagliando ma saremo anche delle persone sbagliate.

Ci vuole coraggio per fuggire all’anestesia emotiva

Viene da pensare che per riuscire a guardare le proprie emozioni non solo ci sia bisogno di tanta consapevolezza, ma anche di un grande coraggio – ed è così, a tutti gli effetti.

È il coraggio di ammettere che una persona possa provare emozioni impegnative in seguito a un nostro comportamento anche se non era nostra intenzione ferirla; il coraggio di vedere le cose come stanno, e non come vorrebbero che fossero.

Il coraggio di guardare e guardarsi dentro e notare semplicemente ciò che c’è, e non ciò che sarebbe comodo ci fosse – il coraggio di mettersi in discussione e, al tempo stesso, di accettarsi anche quando non siamo perfetti.

La verità, è che proprio come per tutte le cose, a lungo andare se non dedichiamo cura alle nostre emozioni, imparando a dialogarci, perderemo sempre più il contatto con loro.

Come con le persone, le emozioni diventano familiari se coltivate

Proprio come accade con le persone: se non coltiviamo il rapporto con i nostri amici, presto ci accorgeremo di non poterli più considerare tali tanto facilmente.

Quando non coltiviamo il rapporto con qualcuno, perdiamo la familiarità che ci lega a quella persona — il linguaggio con cui un tempo scherzavamo e che ci univa diventa sempre più stagnante, gli appuntamenti si fanno sempre più radi, finché un giorno non ci rendiamo conto che quella persona un tempo amica ad oggi ci è estranea.

Allo stesso modo, quando sospendiamo il dialogo con le nostre emozioni, le rendiamo estranee; e quanto più lo facciamo e le percepiamo distanti, tanto più faremo fatica ad accettare che qualcun altro le manifesti, dando il via ad un circolo vizioso di autosoppressione-soppressione al termine del quale ci sentiamo sì anestetizzati, ma anche anestesisti di qualcun altro.

Che, allo stesso modo, imprimerà questo pattern nella vita di una terza persona.

Una storia che ci allontana a poco a poco sempre più dall’essere umani.

Certo, non nego che sarebbe comodo sentirsi dire che le nostre azioni provocano solo tanta serenità e gioia – eppure, non sempre ciò accade e comunicare su questo è il cuore di un confronto costruttivo.

Come si fa a uscire da questa anestesia emotiva forzata?

Validare le emozioni degli altri significa sapere cogliere il messaggio che ogni emozione cerca di comunicarci nel momento in cui si manifesta, sia in noi sia negli altri.

Per riconoscere la realtà delle emozioni, ho sempre trovato estremamente utile personificarle.

Dare un nome ma soprattutto dei connotati fisici a una emozione, ci aiuta a stringerla fra le nostre braccia, a cercare un dialogo con lei proprio come faremmo con un altro essere umano, rendendoci al contempo più difficile ignorarla.

Scopriremo che emozioni e persone non sono poi così differenti – e che girarsi dall’altra parte quando Rabbia o Tristezza, ad esempio, bussano alla nostra porta, è come uscire dalla stanza mentre qualcuno è intento a parlarci.

Si potrebbe perciò pensare all’incontro con un’emozione proprio come a un appuntamento:

  • dov’è il luogo d’incontro? in quale punto del corpo?
  • che vestiti indossa l’emozione che stiamo incontrando?
  • di cosa parliamo quando ci vediamo?
  • che regalo ricevo da lei?
  • e io che regalo le faccio?
  • la faccio sentire importante per me?
  • ci incontriamo spesso?
  • parliamo di cose di qualità?
  • ci ascoltiamo?

Oppure ci becchiamo solo nei ritagli di tempo, quasi casuali, e passiamo insieme pomeriggi frettolosi solo per non dire che è più di un anno che non ci vediamo?

Ponendoci queste domande ci accorgeremo in fretta dell’importanza che riveste coltivare un rapporto di qualità con le emozioni piuttosto che invalidarle.

Perché nel momento in cui un’emozione viene invalidata, diventa come quell’amico che avete ignorato per troppo tempo e che cova verso di voi un’immensa delusione.

Non c’è da stupirsi che un amico così, sia una vera bomba a orologeria.