di Mario Maresca

Tanzania… una savana torrida, polverosa e con gli intensi colori della terra… una leonessa si trova a tu per tu con un cucciolo di impala, isolato dal branco, spaesato e malfermo… un pasto facile e alla Natura piace la semplicità… e invece… la leonessa non sbrana l’impala, anzi lo accudisce, con il muso lo sostiene nel suo equilibrio precario e ci passa del tempo, prima di lasciarlo andare.

Questa scena sorprendente è inclusa in un meraviglioso documentario della BBC, uno dei tanti di cui mi nutro per passione, cultura e per capire meglio gli umani, a partire dagli animali e dai meccanismi della natura. In questo documentario si parla di come i mammiferi creano le loro comunità, per quali scopi e come regolano le dinamiche per consolidarli.

I motivi del comportamento della leonessa possono essere tanti…
Certo è straordinario, al punto da confermare come nella ricerca scientifica ci siano sempre sorprese ed eccezioni che ci costringono a rivedere i nostri stereotipi.

In un volo che sembra pindarico, ma non lo è, a partire dalla storia della leonessa e dell’impala, parliamo di emozioni ed empatia, capendo che non abbiamo inventato nulla e che possiamo imparare tantissimo da esseri che, in un ottuso arbitrio tipicamente umano, definiamo inferiori.

Piacersi per agglomerarsi

Le relazioni sociali di successo richiedono che gli animali possano comprendere le intenzioni e le azioni dei loro conspecifici.
Estendendo, ogni animale che sa prevedere le intenzioni di qualsiasi altro animale ha più probabilità di sopravvivere.
L’evoluzione del cervello di specie in specie ha permesso agli individui di affinare la capacità di comprendere gli altri con cui condividono gli spazi, equilibrando i comportamenti cooperativi o competitivi per vivere, crescere e prosperare.

Questa comprensione sociale è il frutto di un apprendimento per emulazione e tramite cicli di errori e correzioni, che si propaga da un individuo alla sua comunità.

Rispetto all’emulazione, in accordo con un principio tanto naturale quanto inconsapevole di risparmio energetico, se un qualsiasi animale vede un suo conspecifico che propone un’azione che non solo non gli nuoce ma gli reca addirittura un vantaggio immediato, tenderà a copiarlo.
E tenderà a raffinare quell’azione, per renderla efficiente, oltre che efficace.

Se commettesse degli errori, probabilmente morirebbe cosicché il suo comportamento non si propagherebbe. D’altronde, qualcun altro tenterebbe un’opzione differente.

Nella natura umana, connotata da attributi psicologici e sociali, si tende a scoraggiare una non-conformità sanzionandola, con l’obiettivo di trasmettere solo i comportamenti più adeguati.

In questa ciclicità, che sia animale o che sia umana, le emozioni hanno un’importanza determinante perché fanno rendere conto, sia al singolo sia alla sua comunità, cosa va evitato e cosa va perpetuato. A qualsiasi essere vivente serve qualcosa che faciliti il mantenimento di uno status quo idoneo alla sopravvivenza della sua specie; qualcosa che, rapidamente, lo faccia reagire a qualsiasi stimolo ambientale: le emozioni, appunto.

Queste ci fanno rendere conto anche di dove le conseguenze del nostro comportamento si collocano su un asse cosiddetto edonistico, che ai suoi estremi ha la spiacevolezza e la piacevolezza: perché, che sia consapevole o meno, gli animali categorizzano il mondo nei suoi attributi repulsivi (tanto da dar seguito a comportamenti di allontanamento, evitamento e inibizione) o attrattivi (che danno luogo a comportamenti di avvicinamento e contatto).

Insomma, gli animali, anche quelli umani, tendono a ripetere ciò che dà loro piacere e a smettere ciò che causa spiacevolezza. Se stare in comunità con conspecifici è fonte di piacere, oltre che essere intrinsecamente utile, il sodalizio sarà premiato e rinsaldato.

Per una biologia evolutiva dell’empatia

Charles Darwin va considerato il primo scienziato che si è dedicato allo studio delle emozioni. Fermo sostenitore della continuità organica e funzionale tra animali e umani, osservava che, proprio come gli organi interni nel mondo animale sono gli stessi, che si sono solo modificati nel corso dell’evoluzione, lo stesso vale per la vita emotiva e cognitiva, solo con un aumentato grado di complessità.

Abbiamo alcune prove a conforto di quest’idea: gli studi di Michel Cabanac (1999) sulle iguane hanno provato che questi rettili massimizzano il piacere preferendo stare al caldo piuttosto che avventurarsi dov’è più freddo, foss’anche per procurarsi il cibo.
Nei pesci e negli anfibi questo comportamento finora non è stato rilevato.
Le iguane sperimentano la cosiddetta “febbre emotiva” (aumento della temperatura) e tachicardia (aumento della frequenza cardiaca), risposte fisiologiche associate al piacere anche in altri vertebrati, inclusi gli umani.

La ricerca di Cabanac suggerisce che i rettili sperimentino stati emotivi, seppur elementari, e che la capacità di avere una vita emotiva degna di questo nome sia emersa nel salto evolutivo tra anfibi e primi rettili.

Cabanac postulò che il primo evento mentale a emergere nella coscienza sia stata proprio la capacità di un individuo di provare le sensazioni di piacevolezza e di spiacevolezza.

A partire dall’edonismo nelle iguane, l’evoluzione di specie sociali ha dato vita ai comportamenti cooperativi, sia per offendere e predare, che per difendersi e proteggersi.
Così scopriamo che forme di empatia sono presenti nei primati non umani (de Waal, 2008) e nei roditori (Langford et al., 2006; Panksepp, 2013).

Ma possiamo spingerci oltre.

I VEN (von Economo Neurons – da Constantin von Economo, il loro scopritore), sono neuroni che negli umani sono implicati nella comprensione dei segnali sociali, nella consapevolezza degli stati corporei interni e nella loro integrazione nel processo decisionale cosciente.

I VEN sono stati scoperti nei cetacei proprio nei network cerebrali omologhi a quelli umani, implicati nell’elaborazione delle emozioni, nell’organizzazione sociale, nell’empatia e nell’intuizione dei sentimenti altrui.
È probabile che troveremmo i VEN in altri animali, se li cercassimo.

Insomma, sembrerebbe proprio che tutti i mammiferi, umani inclusi, abbiano le stesse strutture neuroanatomiche e percorsi neurochimici per le emozioni e i sentimenti. Così atterra il volo pindarico che ho iniziato qualche riga fa, parlando di leonesse empatiche e impala sopravvissuti.

Poi noi umani abbiamo inventato un’elaborazione ulteriore: il pensiero, croce e delizia del nostro stare in comunità. Ma questa è un’altra storia…