di Marco Casula

I miei uffici sono al cinquantesimo piano.
Non ho mai calcolato quante persone possono starci in quest’edificio di centosessantadue piani. Trecento, quattrocento o mille. Conosco solo le persone che vedo entrare e uscire nelle belle stanze del cinquantesimo piano. Tredici donne e undici uomini del settore rapporti industriali. Le ragazze poco attraenti, tutte biondo latte e pelle secca. Gli uomini inappetenti e spilungoni, occhi da triglia e insulso cervello.
Compreso il loro capo. Che poi è anche il mio.
So cosa combinano là dentro. So quello che fanno perché lo faccio anch’io.

Arriviamo puntuali alle otto e un quarto, tutti con cartelle, zaini e borsette.
Gli uomini posano la propria borsa di similpelle nera, le donne i borsoni a cinghie lunghe, appendono cappotto e ombrello e fanno il giro dei colleghi di stanza, un saluto e una stretta di mano. Tutti i santi giorni. I più giovani, per darsi un contegno, se la tirano, ma sotto sotto mordono la polvere ai più anziani che si credono dei padri eterni.
Restiamo seduti e non ci si schioda da lì se non per andare al bagno o per scambiare due parole con qualcuno o qualcuna nelle altre scrivanie. Per parlare dei figli o dell’ultima dieta che però non fa dimagrire o di quella puttana che è diventata ministro e quasi quasi faccio anch’io così, col mio capo funziona di sicuro. Alle dieci in punto c’è il break ufficiale: suona la campanella come a scuola, e tutti, come un sol uomo, via! alla mensa a farsi una birra, un caffè o quello che si vuole per un quarto d’ora battuto dall’orologio che ci sorveglia come un kapò. Alle dieci e un quarto precise, altro suono di campanella e tutti sciamiamo per rioccupare le proprie postazioni sino alle dodici e trenta per la pausa pranzo.

Io al mio posto scrivo relazioni e verbali, studio bilanci e codici, organizzo incontri e attendo istruzioni. Gli altri in genere mi ignorano, è come se non mi vedessero. Sono invisibile, sulla scrivania posso anche morirci: loro continuerebbero a chiacchierare di quello che hanno sentito e visto al TG la sera prima o di quello che vorrebbero fare alla collega bionda del piano di sopra, chi si crede di essere, fa vedere cosce e tette ma non la dà a nessuno.

Ogni occasione è buona per festeggiare: chi riceve un encomio dal Grande Capo, chi si sposa o si fidanza, chi ha avuto un bebè. In tali circostanze si radunano poco prima dell’ora di uscita nella sala riunioni, stappano una bottiglia, tartine di formaggio e prosecco a gò gò.
Tutti si scambiano feste e regali.
Anche se, voltato l’angolo, si scannano.
Accade pure che le mamme portino i loro piccoli, giusto perché quel giorno non sanno a chi affidarli. E tutte le colleghe allora si precipitano a far loro i complimenti, come sono bellini e come sono cresciuti dall’ultima volta!, mentre volano frasi tipo, adesso ti faccio vedere un videogioco che ti piacerà, se mi prometti che te ne starai buono, ti do le caramelle. Gli uomini invece, se attirati dall’insolita baraonda, dicono un banale che bel bambino e lì si fermano: non sta bene che un uomo si lasci andare a smancerie. Ai festeggiamenti non sono invitato e se qualcuno fa il discorsetto di prammatica alzando il bicchiere per il brindisi mentre sto battendo a macchina, dall’altro capo della stanza mi urlano ehilà scusa ti dispiace fermare la tua mitraglia che qui non si sente?

Vita grama e noiosa.

Tanto che a un certo punto, dopo una giornata tra montagne di carte, pezze d’appoggio, istogrammi e quadri sinottici, quando a metà pomeriggio si accendono le prime luci della città, poco prima di prendere il metrò che mi porterà via da qui, scendo e prenoto un posto al bar di fronte. Sì, proprio quello davanti al palazzo di centosessantadue piani. Mi accendo una sigaretta e medito un piano. Prima o poi riemergerò dal buio per sentire il sole in faccia, prenderò il mio zaino, il plastico, il filo e un tuo bacio. Tratterrò il respiro e chiuderò gli occhi aspettando il paradiso.