di Andrea Ferazzoli

L’ultima volta che mi venne detto fu in tribunale, ai tempi della mia pratica forense: “Si, vabbè, ma ormai che ti metti a fare?”

Il mio amico sosteneva che dopo quasi due anni di pratica forense sarebbe stato un peccato buttare tutto all’aria, demolire un percorso per il quale stavamo investendo tutte le nostre energie e la nostra formazione da tempo, ed anche molto interessante.

In effetti poteva aver ragione, certo; era una lecita osservazione, la sua.

Eppure mancava qualcosa che non fossero la mia passione per lo studio, l’approfondimento dei miei studi giuridici, la curiosità di coniugare insieme gli anni dedicati ai testi universitari e la pratica sul campo, nelle procedure di giustizia.

Tutto molto interessante, una scoperta quotidiana tra udienze, cancellerie, codici legali.

Eppure anche no, grazie.

Quando manca la motivazione e la soddisfazione

Capii che mancava la motivazione allo svolgimento della professione.

Mi piaceva moltissimo l’approfondimento e lo studio dei testi, riscontrare nel concreto quello che avevo studiato per anni, ma non ero pienamente convinto di quello che ne dovesse conseguire.

Ecco, per spiegarmi meglio, era come se a un ottimo direttore commerciale fossero piaciuti la comunicazione, il prodotto, le relazioni, i viaggi, senza avere interesse per l’obiettivo di vendita, senza la soddisfazione per la conclusione dei contratti con i suoi clienti.

Alla risposta del mio amico, dunque, io pensai: Oramai?!

Terminai la mia pratica forense biennale e abbandonai quella strada.

Subito dopo iniziai a fare quelle che per taluni furono considerate le scelte meno opportune, e mi sentii sbagliato, come colui al quale erano state offerte le migliori occasioni della vita e alle quali stava voltando le spalle.

È troppo tardi… ma per cosa?

Questo breve cappello mi ha ricordato di quanto ho dovuto faticare per sovvertire l’ordine costituito delle cose, di quanto io abbia dovuto strapparmi di dosso le aspettative, le proiezioni e i dogmi comuni legati all’età, alla carriera, al prevedibile futuro di un dottore in legge di quasi trent’anni.

Veniamo al dunque: per che cosa, quindi, bisogna ritenere sia troppo tardi? Per quale cosa avrebbe senso un oramai?

Io credo che per nessuna cosa sia troppo tardi, sempre che non vogliate diventare atleti di salto in lungo nel momento stesso in cui state spegnendo la centesima candelina sulla torta, con tanto di servizio a La vita in diretta.

Lo so, certo, starete pensando a quei casi eccezionali di persone straordinarie che a novant’anni ballano la danza acrobatica; vero, ma sono, appunto, l’eccezione. Noi comuni mortali dobbiamo fare i conti con il naturale logorio di muscoli e ossa.

Le cose per le quali non vale un oramai cui mi riferisco sono quei talenti spesso mortificati dall’erronea credenza che la felicità sia un senso unico e sia solo per gli altri; mortificati dal retaggio culturale secondo cui il radicamento a terra – con i piedi per terra, intendo dire, sia esso nelle relazioni, come nel lavoro – sia garante di un posto sicuro, di una dimora personale solida e certa.

Nulla di sbagliato, ci mancherebbe altro, ciascuno scelga per se stesso e sia felice; però concediamoci anche un piano B (che diventi il nostro piano A): un’alternativa all’autostrada, una sorta di negozio di antiquariato in un borgo antico, una nicchia artigiana per le nostre mani, una bolla in cui lasciar respirare il nostro vero talento.

E ripeto: è una questione di spazio, e non di giudizio. Tu imbocchi l’autostrada ed io la statale, e lo so che sarà più impervia, lunga e trafficata, ma lascia che io possa compiere ugualmente un bel viaggio: il mio.

Non c’è bisogno che si ecceda, immagino anche io che ci siano affitti da pagare e figli, bollette e cibo; ma qui non si tratta solamente di considerare una scelta radicale, ne potrà andare bene anche una ponderata, anche mettersi a dipingere, suonare la batteria, iscriversi all’università, fare lo speaker radiofonico o seguire un corso di scrittura, giusto a ricordarci che se proprio non possiamo cambiare l’ordine delle cose, almeno ci impegniamo a non dimenticarcene del tutto, a cambiare il punto di vista, a mutare atteggiamento.

Ecco, dal momento che la vita, tutti i giorni, tira il suo numeretto dal bussolotto della tombola (e con gli occhi bendati), io penso che ciascuno dovrebbe osare ad essere felice, a riconoscersi in ciò che è e in ciò che fa, e tutti noi dovremmo semplicemente lasciare che questo possa essere desiderabile, realizzabile.

E potrà accadere che a trent’anni si cambi tutto, a quaranta di nuovo, e poi a cinquanta: città, regione, paese, amici, passioni, mestieri; potrà accadere che ci si spenda in altre esperienze formative, in altri contesti culturali.

Superare la paura del cambiamento per scegliere ancora una volta

Diciamocelo francamente, suvvia: non è un discorso legato tanto all’età, ma un discorso legato alla paura del cambiamento, alla messa in discussione, alle ragionevoli perplessità che giungono da una cultura cui certamente è lecito aderire, ma come anche no, al fine di inseguire un sogno, un progetto diverso che sia personale, sociale, di condivisione.

La prima volta, ad esempio, che dissi di voler creare un luogo tra amici in cui essere liberi e felici di poter esprimere i nostri talenti, la nostra leggerezza, la nostra felicità, mi fu risposto che sarebbe stata utopia.

Ed ancora: quando, da ragazzino, dissi che uno dei miei sogni sarebbe stato quello di abitare in pieno centro a Roma mi fu risposto che ero un illuso.

Eh, sì; quante volte ce lo hanno ricordato che non saremmo diventati felici? Che la possibilità di esserlo non sarebbe stata per noi? E che nella vita occorreva essere concreti?

Oggi sono convinto che le scelte non siano esclusive della giovinezza e che non svaniscano con i primi capelli bianchi.

E sono anche convinto che non tutti cerchino le stesse opportunità, le stesse occasioni che per molti rappresentano la concretezza e le certezze di cui sopra.

Credo che ciascuno dovrebbe calzare la propria misura, dar voce al proprio suono, esprimere il proprio centro energetico, e scegliere persino il precariato, il rischio e una felicità alternativa.

Sapeste quante volte ho detto di no; gli stessi no davanti ai quali si palesava l’ammirazione dei tanti “beato te, che bravo, tu sei libero davvero”.

E proprio no, signori miei, io non sono beato, anzi, è una vita che dimoro sopra una zattera, nell’incerto mare di chi sceglie certe professioni.

E credetemi, si fa una fatica pazzesca.

Ma allora, ne vale davvero la pena? Davvero non esiste cosa per la quale sia meglio una rinuncia, un oramai?

Questo dovete deciderlo voi, e non sarà certo facile, ma nella mia esperienza nessuna cosa per la quale abbiate l’entusiasmo dell’approfondimento, dello studio e della formazione dovrebbe cadere nell’oblio; nessuna cosa per la quale siate portati, che vi risuoni dentro in armonia; quel sogno che alimenta l’ebrezza giovanile che ancora dimora nel vostro corpo di adulto, quella gioia che sentite implodere nello stomaco, quell’adrenalina incontenibile nei vostri muscoli; quel progetto che sia il manifesto del vostro diritto a non sentirvi già stati, già vissuti, rassegnati, ad attendere che il sipario cali.

Sostanzialmente vecchi, come qualcuno vi ricorderà di tanto in tanto.

Perché fin quando non sarà il vostro turno della tombola potrete ancora scegliere, compatibilmente con le contingenze, le capacità e le responsabilità, certo; o quanto meno di poterlo pensare, piuttosto che narrarvi che funziona così.

Che a me non interessa sapere come funziona; a me interessa essere grato a ogni prezioso momento che respiro; avere coscienza, etica e rispetto per ciò che io ritengo utile e dignitoso per me stesso e per gli altri.

In attesa del mio numeretto dal bussolotto.

E, a quel punto, morire da vivo.