di Raffaele Ciardulli

Ogni Successo è un passo che unisce ciò che c’era prima a ciò che ci sarà dopo, un passo compiuto su di un filo sospeso tra quanto hai ricevuto e quanto stai per dare.

Vorrei accompagnarti attraverso tre idee, tre ipotesi, tre interpretazioni del significato della parola Successo, impiegando non più di 1.000 parole…

Il senso comune attribuito al termine Successo

La prima delle tre interpretazioni si basa sulla semplice osservazione del senso comune attribuito al termine Successo. Successo fa rima con affermazione, conquista, vittoria, riuscita, popolarità; il desiderio di Successo è uno dei pilastri della società in cui viviamo.

Il modello offre un’ampia scelta di campi nei quali ricercare o magari affannosamente rincorrere il Successo; in ognuno di questi campi ci sarà chi perderà e chi taglierà, con Successo, il traguardo di una corsa normalmente spietata.

Se la gara, come purtroppo a volte avviene, non sarà stata truccata dai suoi stessi organizzatori, il vincitore avrà raggiunto obiettivi sfidanti, al limite dell’impossibile (magari con l’aiuto di un coach) e ne riceverà in cambio i segni dell’approvazione sociale; generalmente denaro, simboli di potere, considerazione, forse invidia e con ogni probabilità molti followers.

Per ottenere questo Successo devi avere in sommo grado la capacità di modificare la realtà. Per fare qualche esempio, potresti dover essere capace di trasformare parole in emozioni, a volte in voti, oggetti o idee in denaro, assists in goals, numeri in numeri diversi, a volte più grandi a volte più piccoli, eccetera, eccetera.

Potrebbe anche essere necessario essere in grado di trasformare te stesso accrescendo le tue competenze cognitive e relazionali, modificando la gestione del tuo tempo e quella delle tue relazioni.

In molte culture, il Successo mi sembra essere, in fondo, una sorta di “valore derivato”; la manifestazione di uno o più “valori primari” come l’impegno, lo sviluppo del talento, l’intelligenza, il lavoro, il sacrificio di sé ma anche la fortuna, non così lontana, in fondo, da quella benevolenza divina di cui il Successo, nell’interpretazione suggerita da Max Weber, è manifestazione terrena.

In altre culture, che spero mi consentirai di considerare socialmente disfunzionali, il Successo e i suoi simboli sono invece un valore in sé: non importa cosa tu abbia o non abbia fatto per girare a bordo di quell’auto così costosa, il fatto che tu lo faccia è un valore in sé.

Queste culture potrebbero finire per generare comportamenti predatori, per considerare il possesso dei segni del Successo come un fatto dovuto, come qualcosa che ci spetta a prescindere; siamo tutti uguali, uno vale uno, nessuno è migliore di me sicché anche a me spettano i segni del Successo tanto quanto a coloro che li hanno meritati (sempre che io ammetta non dico il valore ma almeno l’esistenza del merito).

Il godimento dei segni esteriori del Successo deve essere garantito, a tutti e subito, senza richiedere nemmeno lo sforzo di leggere 1.000 parole.

Parallelamente a queste culture, corrono le culture del cinismo e dell’invidia per le quali il Successo non è raggiungibile se non attraverso mezzi illeciti e, quindi, i suoi segni sono quelli della prevaricazione, dell’inganno, della disonestà perché, si sa, è tutto un mangia-mangia.

Il participio passato del verbo succedere

Fatto questo pieno di ottimismo, se vuoi, possiamo passare alla seconda delle tre interpretazioni del Successo, quella che si basa sull’osservazione del fatto che la parola Successo, potrebbe essere semplicemente il participio passato del verbo succedere.

Successo è semplicemente ciò che è successo, ciò che è accaduto, a prescindere dal fatto che ti abbia dato un vantaggio apparente o un apparente svantaggio, che ti piaccia o che non ti piaccia, che corrisponda o meno ai tuoi progetti, alle tue aspirazioni, ai tuoi desideri, alla tua immagine sociale acquisita o in costruzione.

Per apprezzare questo Successo devi avere in sommo grado la capacità di valorizzare la realtà così com’è, senza pretendere di modificarla. Devi padroneggiare (magari con l’aiuto di un coach) l’arte del “benvenuto” alla Vita e a quello che ci presenta.

È una visione del Successo che potrebbe richiedere competenze sottili e diversamente facili.

Ad esempio, potrebbe richiedere la consapevolezza del fatto che tutto ciò che accade potrebbe avere un senso, che potrebbe però, almeno momentaneamente, sfuggirti. La difficoltà potrebbe stare anche solo nel conciliare tre verbi uguali, al condizionale, nella stessa frase.

Potrebbe anche richiedere la capacità dell’essere “qui e ora” per prendere consapevolezza e magari apprezzare ogni sfumatura del presente e del passato; il passato in cui ciò che è successo è Successo.

Potrebbe persino richiedere l’abilità di definire, come insegna Epitteto nel suo Manuale, il perimetro in cui ricade ciò che è Successo riconoscendo ciò su cui puoi agire e ciò su cui non puoi agire e di cui non è quindi utile occuparsi né tanto meno pre-occuparsi.

L’origine etimologica del Successo, partiamo dal latino

Ma c’è una terza via, una terza definizione… Il verbo latino “succedere” è composto da “sub” (sotto) e dal verbo “cedere”, che ha molti significati tra i quali quello di avanzare.

Uno dei possibili significati di Successo è, per quanto possa sembrare strano, “venir dopo”; pensa al senso di una parola apparentata come “Successione”.

Per apprezzare questo Successo devi avere in sommo grado la capacità di avvicinarti alla realtà con un approccio sistemico. È necessario aver compreso (magari con l’aiuto di un coach) che ogni tua azione, ogni tuo Successo è collegato a quello del sistema in cui sei immerso.

Ogni Successo è un passo che unisce ciò che c’era prima a ciò che ci sarà dopo, un passo compiuto su di un filo sospeso tra quanto hai ricevuto e quanto stai per dare.

Anche se non è coerente con il titolo, avrei una quarta riflessione da aggiungere: a ben vedere le tre interpretazioni della parola Successo che hai letto non solo non sono in contraddizione tra loro ma potrebbero persino convivere.

E non aggiungo altro per non superare il limite autoassegnato delle 1.000 parole.