di Mario Maresca

Ho una passione per le connessioni di causa-effetto, per la propagazione di eventi concatenati nel tempo e nello spazio.

Molte di queste connessioni potrebbero non essere rilevate dalla nostra attenzione perché tutt’altro che immediate: le Bahamas che si sono formate grazie alle sabbie del Sahara e al vento che le trasporta, la reintroduzione di una specie animale in un ecosistema che ne modifica addirittura la geografia, l’umore di una persona che muta per un pensiero avuto durante la giornata precedente.

Potrei continuare: siamo pieni di esempi simili, anche se non ce ne accorgiamo. Eppure avvengono e, solo quando le loro evidenze sono rumorose abbastanza da occupare i nostri sensi e i nostri pensieri, ne abbiamo rivelazione.

È un’evoluzione del noto “effetto domino”!

Il cielo in una stanza

Nel 1960, Gino Paoli componeva la canzone che dà il titolo al paragrafo, scrivendo queste parole: “Quando sei qui con me, questa stanza non ha più pareti ma alberi, alberi infiniti (…)”. Un’espressione, tra le tante possibili, di quel fenomeno chiamato “contagio emozionale”.

Odio dover usare il termine “contagio” di questi tempi per l’ovvio correlato negativo che porta con sé e che sarebbe da evitare. D’altronde è il termine ufficiale con cui viene definita la “(…) tendenza a provare ed esprimere emozioni simili a quelle degli altri che sono presenti in un ambiente”¹.

Si può parlare di “clima emotivo”, che influenza l’umore generale e il comportamento di chi ne è immerso.

Il contagio emotivo non si manifesta solo nelle interazioni in presenza ma interviene anche attraverso artefatti in grado di trasmettere messaggi a salienza emozionale, come film, opere d’arte, cartoni animati e canzoni.

Un tono di voce, un’inflessione, un’espressione, una postura, una verbalizzazione con parole dal contenuto positivo o negativo: sono tutti veicoli di propagazione, messaggeri su cui si crea il clima emotivo in un gruppo e nei suoi componenti, rinchiusi in una stanza o tra le mura di un’azienda. Quindi non si tratta solo di messaggi espressi a parole. Anche le nostre forme di comunicazione extra-verbale hanno un impatto sull’ambiente che ci include!

Sul tema, uno studio² fondamentale dimostra che il contagio emotivo gioca un ruolo significativo nelle dinamiche organizzative: la sua influenza diretta e indiretta sulle emozioni, sui giudizi e sui comportamenti dei lavoratori e dei team, può portare a effetti a catena di cui spesso non si è consapevoli.

Super-conduttori di contagio emotivo

Un ruolo non trascurabile nella propagazione è rivestito dalle figure che vengono, a qualsiasi titolo, ammantate di rango o prestigio, sia questo dettato solo da un job title, sia scaturito da un’autorevolezza competente. Costoro sembrano avere un effetto maggiore nell’influenzare l’umore del gruppo.

Probabile che dipenda dalla quantità e dalla profondità di relazioni che hanno, data la loro presumibile centralità nell’organizzazione.

Nello studio sembra emergere che l’umore positivo di un manager induce nel suo gruppo emozioni positive. Idem dicasi nel caso di umore negativo, che induce nel gruppo emozioni dello stesso segno.

Cerchiamo di essere equilibrati nell’esprimere giudizi troppo rapidi: definire come “positive” o “negative” le emozioni rischia di essere fuorviante, perché è discriminante l’energia con cui vengono espresse, così come i loro effetti a medio-lungo termine (di questo parleremo prossimamente) per se stessi e il gruppo a cui apparteniamo.

In un gruppo, un umore troppo positivo, allegro e svagato porta sia vantaggi sia penalizzazioni: i vantaggi sono nel promuovere la creatività, la tolleranza agli errori, una maggiore rapidità decisionale e un livello di esecuzione delle attività più completo. La sua metà oscura risiede nell’incrementare l’avversione al rischio e nel portare a un generico ottimismo, pervasivo e permanente ma non sostanziato.

Per contro, uno stato d’animo negativo, improntato a una moderata inquietudine, incrementa le probabilità di essere strutturati e metodici nel protocollo decisionale, con una minore tendenza ad affidarsi al caso e alle opinioni di moda del momento.

Le penalizzazioni consistono in un aumento del pessimismo e dei giudizi negativi sugli altri, oltre che in un incremento dell’assunzione di rischi di fronte a benefici o perdite elevate³.

Don’t drink and drive

Secondo il European Data Journalism Network, ogni anno, in tutto il mondo, circa 1.250.000 milioni di persone muoiono in incidenti stradali. Si stima che il decesso di (circa) una persona su cinque per incidente d’auto sia dovuto alla guida in stato di ebbrezza (273.000 decessi in media all’anno negli ultimi tre). Sebbene il fenomeno si stia riducendo, nel 2018 in Europa oltre 25.000 persone hanno perso la vita in questo modo e, quindi, il problema è tutt’altro che risolto.

Lo slogan contro la guida in stato di ebbrezza nel titolo di questo paragrafo è la sintesi perfetta di una serie di iniziative in tutto il mondo per contenere ancor di più il fenomeno.

Seppur con un grado inferiore di preoccupazione, avrebbe senso rendersi conto che anche il diffondere le proprie emozioni dovrebbe essere un atto responsabile, proprio come non guidare se alticci.

Dobbiamo riconoscere che le nostre emozioni e i nostri sentimenti influenzano gli altri, che ci piaccia o no, che ne siamo consapevoli o meno.

Proprio come le tessere di un domino, sentimenti e umori influenzano le prestazioni di un individuo e di un gruppo.

Come detto da Madre Teresa: “Non dobbiamo permettere a nessuno di allontanarsi dalla nostra presenza, senza sentirsi migliore e più felice”. Per questo dovremmo essere consapevoli di come siamo e di ciò che possiamo fare.

 

Note:

¹G. Stenberg, T. Forslund, “Social Referencing”, in Encyclopedia of Infant and Early Childhood Development (Second Edition), 2020

²Barsade, S.G., “The ripple effect: Emotional contagion and its influence on group behavior”. Administrative Science Quarterly, 47 (4), 644-675, (2002).

³Elsbach, K., & Barr, P., “Effects of mood on individualsʼ use of structure decision protocols”. Organization Science, 10 (2), 181-198 (1999).