di Marco Casula

Il lavoro dello scrittore non è solo intellettuale!

Non so mai a che punto sono nello svolgimento del mio lavoro. Premetto che il mio lavoro non è un lavoro vero, nel senso proprio del termine.

Per definizione l’uomo di penna o meglio, chi esercita la professione di autore, ossia chi crea con ingegno e fantasia (e possibilmente con passione) un’opera letteraria, artistica o scientifica ricava da questa e grazie a questa attività, quanto occorre al proprio sostentamento.

Naturalmente, tutt’altra cosa che scaricare cassette al mercato ortofrutticolo o zappare la terra. Diciamo allora che si tratta di un lavoro intellettuale, ma solo per distinguerlo da quello manuale.

Per convenzione, poiché il discrimine è quanto mai labile. Non sempre e non tutto il lavoro è manuale e viceversa. Soprattutto nella nostra epoca super tecnologica dominata dalla tecnica.

Dico questo soltanto per onore della verità e dunque per precisare che non rientrando in quella categoria professionale, cioè autore di testi, in realtà io, autodidatta e omo sanza lettere, potrò essere considerato tra quelli che praticano la scrittura unicamente per passione (sia pure nella previsione e presunzione di operare con ingegno e fantasia).

Ora, avendo scritto e pubblicato qualche romanzo e alcune cosette, mi capita a volte che qualcuno chieda come e quale sarà il mio prossimo lavoro. Richiesta legittima, beninteso, tuttavia di fronte a questa domanda, confesso, ho sempre un’incertezza per la risposta impegnativa che ne seguirà.

In realtà il lavoro dello scrivere (e qui, sempre per capirci, intendo nello specifico scrivere di letteratura, lasciamo perdere se buona o cattiva) è un’attività complessa che riguarda oltre che il tempo, anche i muscoli e il cervello. E se impegna il cervello nell’elaborazione creativa non puoi pensare di arrivarci per grazia divina o su istanza di manitù.

Cosa serve per scrivere? Ecco gli ingredienti…

Per scrivere un testo letterario, un racconto breve o lungo o un romanzo, si richiede tecnica, (come dire: i fondamentali).

E in più c’è bisogno di quella particolare alchimia tra forma e contenuto a cui ci si approssima soltanto a certe condizioni: capacità di introspezione e di evocazione, e con esse apertura mentale; vitalità immaginativa; comprensione delle molle narrative; sensibilità per i registri, i ritmi, le sfumature di significato e di linguaggio; per finire poi con un’attenta valutazione macro strutturale e microtestuale dell’esito ottenuto.

E dopo che hai imparato, tutto questo non basta. Perché occorre ancora qualcosa che non ha niente a che vedere con l’atto materiale del prendere una penna in mano o pestare sulla tastiera e fare belle lettere.

Per scrivere conta l’esperienza di vita

Conta, eccome, la tua esperienza di vita che sono anche, e non soltanto, le tue letture.

Quando scrivi un racconto di dieci righe o un romanzo di mille pagine fai un mucchio di altre cose diverse dallo scrivere.

Parli con la commessa di un negozio o con un tuo collega, compri un chilo di mele al mercato, appendi un quadro o ripari un rubinetto o ascolti una conversazione: è allora che porti a casa i migliori risultati.

Perché scrivere è esercizio dello sguardo, scoprire nuovi mondi: in fondo si è un po’ guardoni e un po’ pettegoli. Apparentemente non c’entrano nulla, in effetti ti accorgi che quella cosa che ti è capitata e che è l’avventura della tua vita la puoi usare, immagazzinarla e manipolarla a tuo piacimento e trasformarla in un’esperienza narrativa.