di Gianluca Grossi

La visione è lo strumento che abbiamo a disposizione per dipingere la realtà e il mondo intorno a noi

La visione e le aspettative interiori

Partendo da una scrittura interiore fondata su conoscenze e presunzioni, la visione si lega indissolubilmente a un filo immaginifico che si origina da una funzionalità fisica – la vista – e arriva alla parte più profonda dell’aspettativa interiore, dove si radica per germogliare come albero della realtà; una realtà non assoluta, ma assolutamente unica per l’aspettativa personale contestualizzata e temporizzata in uno spazio senza tempo, legato a una caviglia al passato e proiettato all’infinito.

Ecco che il futuro non è più dato a noi esseri umani, consapevoli, dolorosamente ma anche felicemente, di vivere nella storia. Che il futuro non ci sia dato significa, dunque, che la storia deve essere fatta. La storia, il futuro, le proiezioni, altro non sono che aspettative che si generano come ombre alla base dell’albero della realtà, che coltiviamo nel nostro profondo.

Il nostro albero della realtà affonda le radici in una virtualità dell’immagine, legata ad asincronie della ricezione e alla sua dimensione di “archivio mnestico”: l’immagine-archivio. L’immagine è, dunque, portatrice di memoria individuale e collettiva, palesandosi nel presente assorbendo linfa storica dal passato, un passato-filtrato, edulcorato, mitizzato, adattato e scritto in un silenzio interiore.

La figura del visionario: chi è nella nostra società?

Una visione egocentrica di uomo e di pensiero, un raccontarsi il mondo senza raccontarlo ad altri, una capacità di adattamento teatrale al mentire e dissimulare il presente e le aspettative.

In una società di attese, filtrate da stereotipi e archetipi, colui che ha delle visioni è tacciato di essere un “Visionario”.

  • Innanzitutto, si dice visionario chi ha visioni, come apparizioni religioseo soprannaturali (un terreno già molto scivoloso) o allucinazioni visive.
  • Per estensione, diventa visionario chi ritiene possibili, o vere, costruzioni della sua fantasia,cose che non sono reali o che sono irrealizzabili.
  • Può dirsi visionario chi insegue un progetto rivoluzionariosenza capo né coda, visionario il vicino di casa convinto che il suo giardino sia popolato da folletti o che i suoi alberi siano stati colpiti dal malocchio. Diamo garbatamente del visionario all’amico sicuro di chissà quale complotto. In questo tipo di “visionario” c’è sogno, c’è pazzia.
  • Inoltre, può dirsi visionario quell’artista o quell’opera artistica capace di evocare visioni oniriche, magari allucinate (pensiamo a certi film di Gilliam o Fellini).

Ecco, dunque, che qualunque declinazione si voglia dare al termine “visione”, che sia aziendale, personale, religiosa o in qualunque altra sfera, il rapporto che emerge è sempre lo stesso: un rapporto tra un pensiero interiore e un’immagine, generata da aspettative filtrate e riversate all’esterno, nell’attesa di un riconoscimento.  

Il concetto di visione: da personale a collettiva

Che cosa manca in questa breve dissertazione? Probabilmente manca l’aspetto più importante: la condivisione. Una visione, perché acquisisca forma e azione, deve trovare uno spazio di condivisione, di accettazione e di validazione.

Si è propensi a maturare idee in autoanalisi, senza dilatare il pensiero sull’estendibilità e sulla fruibilità: una semina casuale senza analisi del terreno e senza impianto di irrigazione.

Magnifici scenari, idee folgoranti, spazi sconfinati, soluzioni innovative che si arenano per mancanza di linfa vitale, di riconoscimenti; una mancanza di percezione da parte del non-Noi, una paura del nuovo e diverso, non stereotipato o già collaudato e accettato.

La visione e il visionario si ritirano nello spazio sicuro del proprio pensiero.

Ed è pur vero che la condivisione è un utile strumento per la realizzazione, ma è anche un freno all’inventiva, allo sviluppo di matrici – fuori schema, è rendere la propria visione in potenziale opposizione al pensiero degli altri.

Van Gogh diceva: “Volevo tanto condividere quello che vedo”. Ecco la visione condivisa di un piacere e di un pensiero.
Un pensiero proiettato oltre l’immaginario comune assume la connotazione di visione.

La fattibilità o assimilazione saranno legati alla realizzazione.

Siamo noi a doverla realizzare. Una realizzazione collegiale, una visione collettiva, unitaria e univoca potrà avere un proprio spazio e potrà iniziare a vivere di vita propria.

 

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