di Leonardo Aldegheri

È intelligente ma non si applica…

Alzi la mano chi non ha mai sentito cucito addosso, in modo sartoriale, quest’abominio. Mai? OK, iniziamo.

Qui c’è un tema da affrontare, Signore e Signori.
Questo contributo dovrebbe intitolarsi: l’emblema della congiunzione avversativa per eccellenza.
La particella cosmica della negazione.
Quella per cui ogni cosa che viene prima, non esiste più. Stop. Cancellato.
Vale soltanto quello che viene dopo, cioè l’aspetto negativo, la critica e, a volte, la denigrazione.

È il MA.

La cancellazione s’insedia giù nell’inconscio, così da ottenere l’intelligente risultato che l’intelligente non sa come applicare la sua intelligenza perché non sa cosa significhi applicare perché chi avrebbe dovuto insegnarglielo, non gliel’ha insegnato e al contempo gli ha insegnato che non è intelligente.

Che, poi, quello poco intelligente è la sorgente dell’etichettatura (è un processo industriale).

Pur consapevole delle migliori intenzioni, da qui capiamo una cosa: il metodo di definizione “è intelligente” sortisce l’effetto esattamente contrario.

E, molto probabilmente, chi propone una tale affermazione, etichettando, di fatto, la persona con un’identità ben specifica, è stato prima definito così.

Perché asserisco ciò?

Perché la “violenza” subita o è trasferita o si mangia il soggetto che l’ha subita. Consapevolmente o meno.

Consciamente o meno.
Parole dure, davvero.
Si può trasmutare.

L’uso delle parole dovrebbe essere la prima cosa da insegnare agli insegnanti.

Nella mia carriera scolastica ho avuto la fortuna di trovare eterogeneità di stile d’insegnamento e li ho messi a confronto. Sento ancora alcuni dei miei insegnanti e m’incoraggiano (ho 41 anni), dicendomi, persino, “ho sempre saputo chi fossi”. Li AMO. Altri sono spariti nel nulla, compreso quello cosmico della formattazione dell’hard disk mentale.

C’era chi era avveduto, c’era chi era frustrato per problemi personali. Esseri umani, come tutti. Ho visto capi d’azienda che se la prendevano con gli operai per la bocciatura del proprio figlio. Capi, poi, retrocessi. C’era chi amava i suoi ragazzi, chi esercitava il “potere” della cattedra dalla cattedra, perché fuori era un essere umano qualsiasi.

Certo è che se la persona non reagisce adeguatamente e non tira fuori le unghie (in senso buono, ovviamente) e il rischio di rimanerci sotto, purtroppo, è elevato. In terza media dissero ai miei genitori “è da professionali”. Come se le professionali fossero feccia per la feccia.

È andata diversamente.
Parecchio.

Molte persone non lo sanno: sono ancora sotto l’effetto dell’incantesimo di tante etichette date in età di formazione. Anche dai genitori, mica soltanto dagli insegnanti…

(CONTINUA …)