Chi è un futurista e che cosa fa? 
Ce lo racconta Mattia Rossi in questa intervista

Chi è un futurista?

Innanzitutto, specifico che non stiamo parlando di Marinetti o Boccioni: il Futurismo come corrente culturale e artistica del primo Novecento non c’entra. Il futurismo di cui parliamo ricalca il termine inglese futurism, il quale indica un ambito interdisciplinare che si occupa di quanto accadrà nei prossimi decenni.

In questo senso, per come la vedo io,

un futurista è una persona con la vocazione dell’esplorazione, che si fa domande di tipo sistemico, che non ha paura di lavorare nell’incertezza, e che tanto nello studio quanto nell’azione adotta un approccio insieme metodico e flessibile.

È capace di ascolto profondo, lettura dei dettagli e dei segnali deboli, lavoro interdisciplinare.
L’interdisciplinarietà è una caratteristica fondativa: la tanto invocata “capacità di lavorare in team” qui trova la sua espressione più estrema, perché si lavora in gruppi in cui la diversità è ricercata al massimo livello, al fine di ampliare il più possibile gli orizzonti.

Che cosa fa un futurista?

Quelli che a livello internazionale sono definiti futures studies e in italiano studi di futuro – o, più brevemente, futurismo – consistono nell’esplorazione sistematica e multidisciplinare dei futuri possibili e preferibili.

Un futurista è un professionista che conosce e sa usare i metodi e gli strumenti sviluppati negli ultimi 70 anni da studiosi, ricercatori, persone d’azienda e amministratori pubblici per prepararsi a ciò che accadrà ma ancora non è conosciuto.
E per far accadere possibilmente ciò che è desiderato.

È il facilitatore di un processo di studio, documentazione, esplorazione, presa di decisioni e monitoraggio che vede protagonisti i decisori di un’organizzazione.
Lo scopo è quello di nutrire la strategia e sostenerne l’applicazione operativa sul medio-lungo periodo.

Perché interessarsi al futuro?

Per avere una visione consapevole, ragionata e condivisa sulla base della quale indirizzare le nostre decisioni e azioni fin da subito. E questo vale a tutti i livelli: dal governo planetario alla gestione di un’azienda, alle vite delle singole persone.

Avvertenza fondamentale: lo studio del futuro ha a che fare con il presente. Significa partire dall’oggi, con le sue questioni e i suoi indizi emergenti, e finire tornando di nuovo ad oggi per assumere decisioni operative concrete.

Decisioni per le quali le informazioni che ci vengono dal passato sono sempre meno utili, a motivo della profondità e rapidità dei cambiamenti attuali. Le informazioni che ci servono le prendiamo allora dal futuro.

Questo non significa buttare via il passato, anzi.

La conoscenza dei cambiamenti che dal passato ci hanno portato fin qui è parte integrante di un esercizio di futuro.

La contrapposizione non è tra futuro e passato, ma tra presentismo (stare esclusivamente nel qui e ora, come i rettili) e capacità di visione diacronica, complessiva, sistemica e strategica.

A livello globale, l’UNESCO promuove la futures literacy come competenza necessaria del XXI secolo, evidenziando che solo se tutti – ciascuno nel proprio spazio e per le proprie conoscenze – ci interessiamo oggi del futuro, avremo un futuro sostenibile e democratico.

Quale futuro indaga un futurista?

Nessuno può indagare “il futuro”, tantomeno prevederlo, perché il futuro non esiste. Possiamo però esplorare i futuri, al plurale.

Cioè i futuri possibili, i quali a loro volta possono essere più o meno plausibili o probabili. Ma soprattutto c’è il futuro preferito, per costruire il quale possiamo e dobbiamo cominciare ad agire fin da subito secondo un’intenzione e una direzione chiare.

Non sto parlando del futuro ideale, cioè di come vorremmo che andassero le cose nella nostra vita o nel nostro mondo. A me piace dire che il futuro preferito sta nel punto d’incontro fra il futuro ideale che abbiamo in mente e la realtà esterna. Quest’ultima tende a fare ciò che le pare, ma se noi siamo opportunamente attrezzati possiamo comprenderla, prepararci e influenzarla anche in misura significativa.

Quali sono i nuovi paradigmi per un futurista?

Futuri, discontinuità, incertezza, esplorazione, anticipazione…

Come detto, non parliamo più di futuro ma di futuri. Non di previsione lineare e dettagliata, bensì di esplorazione e incertezza. Quest’ultima non è un nemico da combattere, bensì una parte integrante e ovvia della realtà e del nostro lavoro.

Dal forecast, cioè la previsione intesa come utilizzo dei dati noti in continuità con gli schemi usuali, si passa al foresight, cioè la visualizzazione di futuri possibili in discontinuità con ciò che è noto.

Il fine ultimo è decidere quali azioni anticipanti mettere in campo per rendere il nostro sistema più robusto in vista degli accadimenti a venire.

Qual è la frase che ti è cara con cui vuoi chiudere questa intervista?

Un’affermazione di Reinhold Messner, l’alpinista altoatesino che per primo ha raggiunto la vetta dell’Everest senza ossigeno e ha scalato tutte le 14 montagne alte più di 8.000 metri.
È stato uno dei punti di riferimento della mia adolescenza. In uno dei suoi libri ho trovato questa frase per me illuminante

La mia energia non sta nelle cose che ho fatto, ma nei progetti per il futuro.

Chi è Mattia Rossi…

Sono nato a Bergamo nel 1966, mi definisco un “esploratore di possibilità”.
Il mio scopo è quello di contribuire alla costruzione della società nuova coltivando innovazione di pensiero, lungimiranza sistemica e relazioni autentiche.
Mi sono specializzato in studi di futuro al Master Unesco di II livello in Previsione Sociale presso l’Università di Trento.
Sono socio dell’Associazione Italiana Futuristi (AFI, in cui al momento sono membro del Consiglio Direttivo) e dell’Italian Institute for the Future.
Sono Professional Certified Coach (PCC) presso la International Coaching Federation (ICF) e dal 2010 lavoro con manager e professionisti, sia per conto delle aziende che dietro richiesta delle singole persone, sui temi dell’evoluzione individuale nei ruoli professionali e nelle visioni personali.
Mi occupo della nuova formazione digitale collaborando con APPrendere, un’azienda nata allo scopo di trasformare il modo di apprendere nelle organizzazioni.
Nella vita ho fatto il giornalista, il capo ufficio stampa, l’amministratore delegato di una società di servizi BtoB.
Quando non lavoro cammino nella natura, scrivo, suono la cornamusa scozzese in un gruppo.
A volte evito di lavorare per poter camminare, scrivere o suonare.