di Elisa Zirotti

Vincent Van Gogh, Edvard Munch, Sylvia Plath, Zelda Fitzgerald, Lucia Joyce, Virginia Woolf, Ernest Hemingway, Vivien Leigh, Ben Moody, Corey Taylor, Dolores O’Riordan, Amy Winehouse, Kurt Cobain… La lista di pittori, musicisti, attori, scrittori e poeti che hanno sofferto o lottano ancora con disturbi come la schizofrenia, il disturbo bipolare, la depressione o forme di dipendenza è lunghissima.

L’idea che alla creatività si associ spesso la “pazzia” è presente fin dalla notte dei tempi, le due cose sembrano intrecciarsi al punto tale che a volte diventa persino difficile distinguerne i confini.

Non un luogo comune ma oggetto di ricerca

La possibile relazione tra psicopatologia e creatività non è solo un luogo comune, una credenza diffusa, bensì è anche oggetto di ricerca da parte di studiosi moderni: sembra effettivamente che le persone creative abbiano un rischio maggiore di soffrire di alcune psicopatologie (Carson, Peterson & Higgins, 2003; Carson, 2011; Chirila & Feldman, 2011). Alcuni ricercatori dell’università di Harvard e di Toronto hanno individuato processi comuni sia a persone altamente creative sia a persone affette da psicopatologie come schizofrenia, disturbi dell’umore (soprattutto il disturbo bipolare) e dipendenze (Carson, Peterson & Higgins, 2003; Carson, 2011; Chirila & Feldman, 2011).

Irregolarità nei sistemi neurotrasmettitori di serotonina e dopamina, una certa vulnerabilità genetica e una maggiore sensibilità alla novità sembrano essere fattori comuni, riscontrate sia nelle persone creative che in persone affette da certi disturbi (Carson, Peterson & Higgins, 2003; Kaufman, 2009b; Carson, 2011).

Anche l’iperconnettività neuronale sembra essere un fattore comune tra psicopatologia e creatività: essa è presumibilmente causata da irregolarità nella potatura sinaptica durante lo sviluppo. Questa iperconnettività è stata riscontrata anche tramite studi di neuroimaging sulla sinestesia, cioè tendenza a fare associazioni cross-modali, tratto che è più frequente nelle persone creative rispetto a persone non creative (Carson, 2011).

Lo psicologo Hans Eysenck pensava che psicoticismo e creatività avessero in comune uno stile di pensiero troppo inclusivo.
Nella schizofrenia infatti c’è un indebolimento dei processi inibitori cruciali per l’attenzione, interferenze nella capacità di filtrare stimoli rilevanti e irrilevanti e i processi cognitivi sono disturbati (Burch, Hemsley, Corr & Pavelis, 2005). Sia nei creativi che nelle persone affette da schizofrenia è stata infatti riscontrata una diminuzione dell’inibizione latente.

L’inibizione latente

L’inibizione latente riguarda il fatto che uno stimolo che ci è familiare richiede un tempo maggiore, rispetto a uno stimolo nuovo, per essere processato.
Questo è comune alla maggioranza delle persone e comporta un vantaggio adattativo, cioè permette di evitare sovraccarichi cognitivi, favorendo l’attenzione focale. Tuttavia in alcune persone c’è una diminuzione dell’inibizione latente e comporta sia svantaggi che vantaggi.

Da un lato c’è il rischio di soffrire di sovraccarichi sensoriali, di sentirsi confusi, di risultare distratti, di non riuscire a schermare gli stimoli fino a “impazzire”; dall’altro lato c’è la possibilità di generare idee creative, originali e maturare una comprensione più profonda, articolata e sfaccettata della realtà grazie al calcolo, alla presa in considerazione in automatico, di elementi esclusi o non considerati dalla maggioranza delle persone.

I ricercatori pensano che un QI alto, una buona memoria di lavoro e flessibilità cognitiva permettano di ridurre il rischio di psicosi e utilizzare al meglio la sovrabbondanza di stimoli che si ha (Carson, Peterson & Higgins, 2003; Kaufman, 2009; Carson, 2011).
Sembra che la flessibilità permetta di interpretare esperienze anomale in modo sano (mentre ciò non avviene nella schizofrenia).

In conclusione, i creativi probabilmente processano molti più stimoli e li associano in maniera diversa rispetto alla norma; forse per questo sembrano avere l’abilità di percepire ciò che altre persone non vendono, di fare connessioni che altri non fanno.
Tuttavia proprio questa diversa percezione li fa apparire “strani”, li allontana sempre di più dalla “normalità”, dal “vivere comune”; il confine tra essere “fuori posto” e essere “fuori di testa” sarà sempre più vicino…

L’unica differenza tra me e un folle è che io non sono folle.
Salvador Dalì.

 

Per approfondire

Burch, G. S. J., Hemsley, D. R., Corr, P. J & Pavelis, C. (2005). Personality, creativity, and latent inhibition. European journal of personality, 20 (2), 107-122.

Carson, S. H., Peterson, J. B., Higgins, D. M. (2003). Decreased Latent Inhibition Is Associated With Increased Creative Achievement in High-Functioning Individuals. Journal of personality and social psychology, 85 (3), 499-506 

Carson, S. H. (2011). Creativity and psychopathology: a shared vulnerability model. La revue canadienne de psychiatrie, 56 (3). 144-153.

Chirila, C.R., Feldman, A. N. (2011). Study of latent inhibition at high-level creative personality. The link between creativity and psychopathology. Procedia – Social and Behavioral Sciences, 33 (1), 353–357 

Kaufman, S. B. (2009b). Faith in intuition is associated with decreased latent inhibition in a sample of high-achieving adolescents. Psychology of Aesthetics, Creativity, and the Arts, 3 (1), 28–34. DO