di Mario Maresca

Riconoscere le emozioni dietro la maschera

Nel 1703, nella fortezza della Bastiglia a Parigi, moriva un personaggio ignoto, senza un nome, avvolto ancora nel mistero. Era stato recluso per oltre trent’anni in varie prigioni tra Italia e Francia. La sua storia, ricostruita per lo più a posteriori, ha alimentato ipotesi e leggende che si sono intrecciate con la cronaca dell’epoca.

L’oscura e triste vicenda dell’uomo sconosciuto è il nucleo di romanzi importanti e di film di successo.

La particolarità del personaggio sta nel fatto che nessuno conoscesse il suo volto: la sua testa era rinchiusa in un una maschera di velluto nero, serrata da cinghie metalliche, che ne rendeva invisibile la fisionomia.

In totale, surreale, opposizione con il crudele manufatto e con il divieto assoluto che chiunque gli rivolgesse la parola, al personaggio però veniva riservato un trattamento di favore: cibo abbondante, vestiti ricercati e la possibilità di tenere in cella libri.

La storia de “La Maschera di Ferro” è uno dei tanti, troppi emblemi della cattiveria umana, usata per coprire atti presumibilmente contrari alla società imperante e alla morale in auge, sentimenti inappropriati, emozioni inconfessabili

L’ardito parallelo appena concluso è una buona metafora per cose che per noi umani sono altrettanto ignote, per lo più.

Esistono, fortemente, eppure spesso ci teniamo a tenerle nascoste; si alimentano costantemente grazie alla vita di tutti i giorni eppure non sempre si esprimono come sarebbe il caso; danno suono, volume e colore al nostro mondo eppure siamo un po’ opacizzati dall’imperante necessità di essere sempre e solo “razionali”.

Togliamo quel velo nero, superiamo i tabù… parliamo di emozioni!

Eppure, ecco alcune delle voci che sento costantemente durante il mio lavoro:

Mi sono sentito preso in giro!

Un’evidente mancanza di rispetto…

Poi […] abbiamo parlato con calma.

Beh, sì, ero molto sotto pressione per cose mie personali e sul lavoro non ero poi così concentrato…

[…] non se ne rende conto, perché altrimenti non permetterebbe ai suoi collaboratori di rivolgersi ai miei con quella superbia!

Spaccati di ordinaria vita organizzativa, stralciati da alcune sessioni di coaching a caso dell’ultimo anno. Sarebbe bello poter condividere le espressioni del volto, il tono della voce e l’energia che hanno dato forza alle suddette frasi, pronunciate dai miei clienti.

Maschere che si sgretolano, suoni che riecheggiano liberi, gesti veementi…

Nonostante i tanti anni passati nelle organizzazioni, rimango sempre molto colpito dai moti di rabbia, dagli accessi di tristezza, dai volti di disprezzo e dalle espressioni di paura o di timida gioia che, di volta in volta, infarciscono e sottolineano i dialoghi dei miei interlocutori nelle sessioni che svolgo.

Moti, accessi ed espressioni che, in barba alla tanto decantata “razionalità umana”, spadroneggiano nei sistemi mente-corpo delle persone, urlando e rivendicando bisogni, motivazioni e aspettative spesso disattese.

Parliamo di quelle cose tabù, quelle innominabili e impresentabili, quei peccati mortali al punto da essere nascosti come il volto della Maschera di Ferro o le nudità di Adamo ed Eva, proprio quelle… [rullo di tamburi] le emozioni!

Chiamiamo le emozioni per nome

Eppure, per una completa lettura delle situazioni che viviamo ogni giorno, imparare il linguaggio delle emozioni dovrebbe essere una necessità, come le tabelline e le coniugazioni dei verbi.

Dovremmo imparare a prendere dimestichezza con le emozioni, “chiamarle per nome”, così da essere in grado di rispondere in modo più funzionale e ricco agli stimoli che la vita ci offre.

E dovremmo anche capire che emozioni e razionalità, come cuore e mente, esattamente come Amore e Psiche, sono due metafore che ci sono state raccontate come separate. Invece, nessuno dei due “regni” può vivere senza l’altro: la nostra mente razionale non lavorerebbe bene se non includesse anche le emozioni. E saremmo sempre troppo schiavi delle nostre emozioni se non intervenisse la loro regolazione a carico della ragione.

Per quanto le emozioni infarciscano qualsiasi anfratto della nostra vita, abbiamo dato un privilegio assoluto al “pensare bene”, relegando nelle segrete più buie possibile quell’inestimabile patrimonio emozionale con cui, che ci piaccia o meno, siamo nati e cresciuti.

Anzi, a dirla tutta, con cui sono nati e cresciuti tutti i vari “homo” che si sono succeduti su questa terra. E prima (anche allo stesso tempo, per la verità…), con cui si sono evoluti tutti i mammiferi.

Riconoscere le emozioni e il loro scopo

A cosa servono le emozioni e perché fanno tanto rumore, nonostante chiediamo loro di tacere in un angolo?

  1. Servono a farci concentrare sul “qui e ora”: preparano il nostro sistema mente-corpo all’azione più adatta per rispondere utilmente allo stimolo che ci si presenta.
    Ci forniscono informazioni rilevanti circa un impulso esterno (fisico, verbale, relazionale, …), una situazione che impatta su di noi a livello personale, un compito che ci tocca svolgere. In generale, possiamo dire che ogni percezione sensoriale (attiva e) si accompagna a uno stimolo emotivo.
  2. Le emozioni hanno anche un compito sociale: segnalano agli altri componenti della nostra comunità lo stato emozionale che “converrebbe” adottare per prepararsi ad agire, per rispondere allo stimolo ricevuto o all’obiettivo che ci siamo proposti.
  3. Le emozioni sono una forma di energia che sentiamo nel corpo (reazioni fisiologiche) e attraverso il corpo (comportamenti). Guai a soffocare l’energia! A un certo punto uscirà, e non è detto che esca fuori così bene come vorremmo.

Avvalendomi di studi di neuroscienze e ricerche sul comportamento, vorrei, con i miei contributi,  aumentare la nostra confidenza con quello che c’è “sotto la maschera”. Oppure, almeno, guardare con meno sospetto questo universo sorprendente e arricchente, per conoscere meglio l’energia che ci anima e vivere più pienamente.