di Giada Ales

C’è un libero professionista che collabora con alcuni studi privati dell’Italia Settentrionale.

Quando mi ha contattato, voleva capire cosa gli impedisse di realizzare un cambiamento lavorativo a cui teneva moltissimo: aprire uno studio solo suo. La prima cosa che mi ha detto, nel colloquio iniziale, è stata: so che ti occupi di plusdotazione, non so se sono un gifted ma forse sì e questo spiegherebbe molte cose.

Quello che di C. mi ha colpito molto è stato che aveva tutta una sua personale scala di priorità che seguiva con inflessibile fedeltà: dalla routine mattutina all’organizzazione dell’agenda e del planning mensile e annuale. Tutto aveva tempi e modalità che non variavano praticamente mai. Lui si dichiarava soddisfatto di questo suo metodo, anche perché gli consentiva di rispettare consegne e richieste su molti fronti.

Imparare a fallire… dove mettiamo l’imprevisto?

E l’imprevisto? Beh l’imprevisto non esiste per lui, o meglio: è calcolato in mezzo a tutto il resto. Per uno spostamento in macchina in città c’è il giusto orario per evitare ingorghi o al massimo avere un buon margine in caso di possibili ritardi. Per le richieste di lavori a breve scadenza, c’è sempre modo di inserirli spostando ciò che invece ha tempi più ampi. E così via, fino alla dichiarazione finale: non ho mai problemi con gli imprevisti.

C’era però quel forte desiderio di aprire uno studio solo suo che lo metteva in crisi, tra la voglia di realizzarsi finalmente come più sentiva di voler fare e la paura di fallire se non fosse riuscito a riorganizzarsi come sapeva ben fare.

Il fallimento difficile da accettare per paura di non essere come gli altri

Per i gifted il fallimento, per molti figlio degli imprevisti, è davvero un concetto difficile da accettare. Per qualcuno c’è la paura di essere giudicati incapaci o poco affidabili, per altri è talmente forte il desiderio di essere come tutti gli altri che alla fine rinnegano se stessi e i propri talenti, impegnandosi a raggiungere livelli di performance che non gli appartengono.

Quando c’è modo e spazio, cerco sempre di far arrivare un messaggio che ai plusdotati fa spesso storcere il naso: fallite! Fatelo spesso e fatelo al meglio delle vostre possibilità!

Per poterci riuscire serve dare respiro alla spontaneità e andare a rivedere il rapporto che abbiamo con essa: se non permetto alle cose di uscire così come vengono, se le blocco sul nascere, come posso capire se davvero iniziare qualcosa di nuovo mi preoccupa o mi eccita? Ma, soprattutto, se sto dicendo di sì alle mie paure, a cosa sto dicendo di no in termini di sviluppo e di crescita personale?

Il rischio è di crearsi una personale scala di performance secondo la quale le cose devono essere perfette altrimenti non vale neanche la pena iniziare e, per questo, spesso non si scelgono ambiti lavorativi sfidanti, anche se potrebbero rivelarsi interessanti.

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