di Marzia Dazzi

Nell’immaginario collettivo, essere vulnerabile significa essere fragile e si riferisce a persone che talvolta possono essere considerate deboli.

La cosa interessante è constatare che nessuno può esimersi dal possedere un tallone d’Achille perché essere fallibili fa parte dalla natura umana.

Nelle sessioni di coaching, complice anche la relazione one to one, il tema della vulnerabilità emerge abbastanza frequentemente.

Per alcune persone può essere davvero difficile ammettere la propria vulnerabilità, figuriamoci vederla come punto di forza …

Dichiarare a se stessi o agli altri di non essere perfetti , invece, ci connette con il prossimo, ci fa riconoscere che non si può fare tutto perfettamente e ci permette di lasciare spazio a chi invece ha tempo e talento per svolgere quell’attività. Tant’è che in questo senso, la vulnerabilità rientra nelle abilità di leadership.
Il leader può essere più credibile quando dimostra di avere la capacità di ammettere i propri errori. Guidare e ispirare persone, non significa essere immune dagli errori o dai limiti.

In effetti l’etimologia della parola offre essa stessa una chiave di lettura illuminante.
Vulneràbile agg. [dal lat. vulnerabĭlis, der. di vulnerare «ferire»] A testimonianza della grande saggezza dei nostri antenati, l’origine di questa parola ci indica che “vulnerabile” è colui che si lascia “ferire”, metaforicamente lascia passare la luce, illumina ciò che è buio e prende consapevolezza. Ferire significa, infatti, aprire uno squarcio, ad esempio: “C’è uno squarcio di sole tra le nubi “.

Lasciar aprire degli squarci attraverso i quali far passare la consapevolezza.

A dispetto di ciò che ci giunge dal senso comune, è possibile e utile imparare dalle proprie vulnerabilità; acquisire consapevolezza infatti, significa apprendere molte cose su di sé e su gli altri.
Aiuta a non prendersi troppo sul serio e a vivere meglio.

Tentare di essere perfetti costa molto stress e frustrazione in quanto tendiamo verso ciò che è impossibile. Significa essere “esigenti”,  guardare sempre ciò che manca, vivere frequentemente in uno stato di ansia e preoccupazione perché qualcosa potrebbe andare storto.

La vulnerabilità, invece, abbraccia la prospettiva dell’eccellenza, dunque essere spinti in avanti da quello che c’è, fare il meglio che si può, con quello che si ha, mossi da entusiasmo ed energia.
Non significa accontentarsi, soltanto l’atteggiamento mediocre è statico. Sia l’esigenza che l’eccellenza considerano il movimento verso l’obiettivo, ma con una prospettiva ed uno stato d’animo completamente diversi.

So che potrò sbagliare, ma non ne faccio un dramma, perché dagli errori posso  imparare qualcosa di nuovo.

Come dice Brenè Brown nel suo libro “I doni dell’imperfezione”,  la vulnerabilità ci porta ad essere autentici e coraggiosi e dunque nella condizione più favorevole al raggiungimento del successo.

Quindi, benvenuta vulnerabilità!

Leggi il libro di Brenè Brown