di Giada Ales

Al colloquio on line Debora si muove nervosa sulla sedia: “Come spiega la sua voglia di cambiare spesso lavoro?”, gli sta chiedendo il responsabile HR dell’azienda che l’ha contattata pochi giorni fa, mentre scorre il suo curriculum.

Debora si è sempre sentita profondamente insoddisfatta nel lavoro.

Spesso rimpiange quello che ha scartato per fare scelte “solide”, che la portassero a costruirsi un futuro, ad avere una carriera.

Ma ogni volta si ritrova a pensare sempre le stesse cose: e se il prossimo lavoro è quello giusto? Fino ad oggi ha fatto di tutto: la baby sitter, la postina, l’impiegata amministrativa, l’animatrice nei villaggi turistici, e quando si crea l’occasione, rispolvera il suo diploma di geometra e collabora con agenzie immobiliari della sua zona.

Il fatto è che non si sa mai decidere, non sa quali strade prendere. Come si fa a decidere per una cosa e quindi rinunciare al resto? Vorrebbe fare tutto. Ma non può. E allora, finisce sempre che dopo un po’ arriva la noia.

Sembra che del suo lavoro, dopo pochi mesi, sappia già tutto quello che c’è da sapere, e che non basti più neanche lo stare tra colleghi che, a volte, diventano anche amici.

Per questo diventa difficile per lei rimanere. Perché quando si accorge che per trovare interessanti le conversazioni deve fare un sforzo, o che durante l’ennesima riunione passa più tempo a rimuginare sulla trama del film visto la sera prima invece di seguire l’ennesima presentazione di un progetto, significa che il ritmo delle interazioni si è fatto troppo lento, troppo scontato. Questi per lei sono i segnali che non si sente più coinvolta e appassionata come i primi tempi.

 “Mi piace imparare sempre cose nuove” risponde alla fine.

È una verità, in fondo.

Magari questa volta è la scelta giusta, chissà.

Una storia come tante di insoddisfazione sul lavoro

Debora è molte persone. Multipotenziali di talento, che a qualsiasi età fanno fatica a definirsi, a trovare un luogo professionale che li soddisfi fino in fondo.

E spesso, questo loro modo di saltare da una specializzazione all’altra, di far fatica ad integrare le mille esperienze con le esigenze aziendali di un nuovo (l’ennesimo) lavoro li fa apparire troppo.

Troppo difficili, troppo poco integrabili, troppo estremi nelle loro visioni e nelle proposte che avanzano, troppo poco incasellabili, troppo poco omologati.

“Una persona così farei fatica a collocarla. Si, tanta esperienza, ma come la inquadri nel profilo richiesto da un’azienda?”.

“Sai quale sarebbe la prima impressione che avrei? Di una che mi mollerebbe dalla mattina alla sera. Non so se ci investirei tempo per farla crescere come risorsa nell’azienda.”

Queste sono solo alcune delle impressioni “a caldo” di un paio di professionisti nelle Risorse Umane a cui ho chiesto un parere sul profilo di un’ipotetica Debora.

Proviamo a parlare di spreco, allora. Cosa si rischia di perdere se non si conosce come si muove il talento di una persona come un multipotenziale gifted?

Così, su due piedi: innovazione, pensiero sistemico, elevata creatività, capacità di leadership e conseguente miglioramento del clima aziendale (o anche solo di un team, se vi spaventa pensare in grande…), guadagni come effetto di un netto innalzamento di performance nella produzione e nella gestione del pacchetto clienti.

E, andando a cercare nelle pieghe delle singole realtà professionali, sicuramente molto altro.

Come fare allora se quel qualcosa diventa “troppo”?

Rimanere curiosi, innanzitutto.

Di chi abbiamo davanti durante un colloquio, se stiamo vagliando profili per un’azienda.

Di chi lavora con noi o per noi.

Curiosi il giusto per essere disposti a vedere un po’ più in là della nostra conoscenza, magari anche solo un passo oltre a ciò che siamo abituati a vedere o sentire.

Curiosi tanto da chiedere, da informarsi ma anche da farsi contaminare dalle infinite risorse di persone così “troppo troppe” da faticare a stare dentro schemi e conformità altrui.

Curiosi di cambiare l’abitudine con cui guardiamo agli altri, per imparare uno sguardo nuovo e mai più troppo parziale, fino ad attingere al proprio talento e alle proprie capacità di fare la differenza, a beneficio di sé stessi e del mondo intero.