Nel mondo moderno, che vive del mito dell’efficienza e della velocità a tutti i costi, tendiamo a razionalizzare al massimo le nostre decisioni per ottimizzare il tempo. Il gioco della deriva, di cui parli nel tuo libro pubblicato da Edizioni Tlon, sembra suggerire di provare invece ad abbandonarsi agli eventi. Cosa vuol dire lasciarsi portare dal mondo per un po’?

Nell’educazione il tempo perso è tempo guadagnato.

Questo principio si applica anche al gioco della deriva. Nel mio libro c’è un esempio eloquente: due ragazzi appena diplomati cercano lavoro come camerieri in una località turistica.

Prima fanno una ricerca secondo principi razionali, facendo il giro sistematico dei locali: bussano a una trentina di porte senza cavare un ragno dal buco. A quel punto uno dei due propone all’altro di fare una “deriva”, cioè di andare a zonzo per il paese seguendo piccoli eventi casuali: degli uccelli che volano, una bambina che indica da un terrazzo, una busta spinta dal vento.

Questa deriva li conduce qua e là apparentemente senza meta, finché non vedono per terra il biglietto da visita di un locale con accanto un post-it su cui qualcuno aveva trascritto il numero del locale stesso. Lo prendono come un segno: chiamano quel numero e trovano lavoro entrambi nello stesso locale.

Il seguito della storia mostra come questi ragazzi abbiano applicato i principi della deriva “finita” a quella deriva infinita che è la vita.

Al momento di rientrare in Sardegna, mentre stanno cercando il volo più economico, sul display appare un’offerta low cost per Berlino che acchiappano al volo. Questo volo piovuto dal cielo cambierà per sempre le loro vite.

Ovviamente non ci si può affidare solamente all’intelligenza ambientale, così come sarebbe limitante usare esclusivamente la logica umana. L’ideale sarebbe un equilibrio tra le due intelligenze, quella dell’Io e quella del Non-Io (ambiente, universo).

Penso ad un rapporto del tipo 80/20: seguire l’Io razionale per la maggior parte del tempo, ma riservarsi un 20% di spazio per scelte suggerite dall’intelligenza “aliena” del Non-Io.

Si può dire che la specie umana domini il mondo, dimenticando così come farne parte. Perché abbiamo tanto bisogno di controllare gli eventi? Cosa sarebbe di noi se ci lasciassimo dominare dal mondo, invece di dominarlo?

L’ansia nasce dall’incapacità di prevedere il futuro e il modo più semplice per affrontarla è appunto quello di controllare gli eventi.

Ecco perché l’uomo ha sempre cercato di esercitare il suo controllo su ogni aspetto della vita. Ma troppo controllo finisce per generare noia e tutte le comodità che ci porta la tecnologia le paghiamo in gusto per l’esistenza.

Per milioni di anni si è assistito alla lotta tra l’Uomo e la Natura. Alla fine ha vinto l’Uomo e la Natura è morta. Oggi l’uomo è diventato l’animale più pericoloso della terra. Da questo punto di vista, il Coronavirus rappresenta uno spartiacque: cosa significano le mascherine se non che il maggiore pericolo per l’uomo è rappresentato dai suoi simili?

Contemporaneamente a questa versione sanitaria dell’hobbesiano homo homini lupus, le tecnologie del controllo hanno fatto un balzo in avanti, basti pensare all’app Immuni che fa suonare un campanellino ogni volta che un appestato ti passa vicino. Crediamo di avere tutto sotto controllo e invece veniamo controllati sempre di più.

Per inciso, il Coronavirus andrebbe ribattezzato “Virus della corona”, perché non c’è governo a cui la trasformazione in “comitato di salute pubblica” non abbia recato qualche vantaggio, se non altro quello di acquisire un diritto di sindacare sugli spostamenti dei cittadini: “Chi siete? Dove andate? Perché lo fate?”.

Alle nuove generazioni, segnate dall’esperienza del lockdown, sembrerà naturale essere controllate in modo capillare. I problemi sorgono per gli adulti, che avendo conosciuto altro, sentono il controllo più asfissiante.

Gli spiriti liberi, preoccupati di eludere il controllo del Potere, si chiedono: come possiamo resistere all’incremento del controllo? Il disperato ragiona in modo completamente diverso. Il suo problema non è quello di fuggire al Potere ma al vuoto di un mondo senz’anima.

Dove passa la Scienza lascia il deserto e così il disperato sogna di ridiventare polvere, come recita una canzone di De Rubertis. Per il disperato rianimare il mondo inanimato è un modo per ritrovare interesse per l’esistenza: c’è l’ambiente che ti circonda, il Non-Io, che aspetta solo di giocare con te.

La deriva è appunto un modo per giocare con questo universo interattivo. La deriva serve quindi allo spirito libero per difendere la sua libertà; ma serve anche al disperato per sentirsi vivo.

Per abbandonarsi ci vuole fiducia. In un momento di crisi e paura come quello che stiamo ancora attraversando, come possiamo recuperare la fiducia negli altri e nel mondo esterno? E perché vale la pena farlo?

Negli anni Settanta in Italia c’è stata la strategia della tensione che consisteva nel seminare il terrore con le stragi perché la gente invocasse un governo forte: il Leviatano.

Da allora non è cambiato niente – si è passati dal terrorismo politico a quello religioso e da ultimo a quello sanitario – ma le tecniche di propaganda sono diventate sempre più sofisticate.

Ho chiamato “deriva infinita” l’applicazione dei principi della deriva alla vita di tutti i giorni. Non un’applicazione indiscriminata, altrimenti si rischia di passare per pazzi, ma un uso circoscritto alle situazioni di incertezza. E’ quando non sai che pesci pigliare che l’universo può darti una mano, facendoti un cenno che ti suggerisce cosa fare.

Se sei indeciso tra due opzioni, guardati intorno e rimani in attesa. Non aspettarti fuochi d’artificio ma fai attenzione ai particolari che hai sempre considerato insignificanti. Sono loro le parole dell’universo. Più affidabili dei consigli che possono darti i media.

Può sembrare una ricetta per misantropi, perché invita a volger le spalle al mondo umano e a rivolgersi al non umano, in realtà gli altri li recuperi come compagni di strada.

La deriva: istruzioni per perdersi, il nuovo libro di Paolo Clemente uscito per Edizioni Tlon il 15 luglio 2020, arriva con fortunato tempismo proprio in un momento in cui nasce un bisogno collettivo di riscoprire la fiducia e l’abbandono al mondo circostante.

Il libro di Clemente è una «guida pratica», un manuale di gioco, in cui la riflessione filosofica si combina a istruzioni precise e a racconti delle esperienze vissute da altri «derivanti», o, se si preferisce, giocatori. Il libro si divide in due parti: nella prima l’autore costruisce una solida base teorica che, nella seconda, trova concretezza in delle esemplificazioni pratiche. Trattandosi di una nuova proposta filosofica, è inoltre messo a disposizione dei lettori un glossario dei termini tecnici principali.

Paolo Clemente è nato nel 1962 a Sassari, dove vive e lavora. Si è laureato in Filosofia a Cagliari e in Psicologia presso «La Sapienza» di Roma. Dal 2000 al 2003 stato referente per la Sardegna della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC); dal 2004 al 2008 ha insegnato «Elementi di psicoterapia in ambito educativo» nel Master in Clinica Educativa e dell’Età Evolutiva dell’Università degli Studi di Cagliari; attualmente, esercita la libera professione di psicoterapeuta e insegna filosofia presso il Liceo Artistico «F. Figari» di Sassari. Ha al suo attivo otto pubblicazioni.