Nel tuo romanzo “Il sistema del tatto” gli adulti sembrano vivere intrappolati nel passato, incapaci di aprirsi al presente: condannati alla memoria, in attesa che qualcuno o qualcosa li salvi. Che ruolo ha la memoria nella vita adulta, per te? Di prigione o fondamenta? Che fine fa la leggerezza dell’infanzia?

Penso che la memoria sia qualcosa di vivo, che dialoga con il presente. Non vedo la memoria – né quella collettiva né quella individuale – come una categoria bloccata nel passato. Forse l’importanza di ricordare le nostre esperienze dell’infanzia è che aggiorniamo la memoria con gli occhi del presente, le diamo un nuovo senso.

Guardiamo all’infanzia per cercare di capire chi siamo stati e chi siamo oggi, in età adulta. Mi piace pensare all’infanzia come un paese in cui una volta abbiamo vissuto e al quale ritorniamo ogni volta che ci appare una fotografia, una parola, un ricordo, un’azione che ci scuote e ci riporta all’origine.

Nel tuo libro le parole attraversano vicende particolari: continuamente smembrate e ricomposte, fungono da cerniera tra passato e presente e vanno a completare il ricordo lì dove si è fatto indistinto. Che rapporto hai con la tua lingua? E quanto, secondo te, il linguaggio contribuisce a plasmare la realtà?

 Mi piace come poni la questione: le parole come cerniere tra il passato e il presente. Credo che i personaggi del romanzo si avvicinino alle parole come se in esse potessero incontrare un rifugio. Un sollievo e un’arma contemporaneamente. Forse questa è la mia relazione con le parole.

Attraverso il linguaggio convalidiamo la realtà e le diamo un senso. Il linguaggio non è innocente né neutro e porta sempre con sé una visione del mondo. Penso al linguaggio come a una materia con pieghe e solchi, come se fosse un pezzo di pelle che continuiamo a modellare tutto il tempo.

La Storia entra con forza nel romanzo, sia nella sua forma più imponente e collettiva, sia in quella più intima e familiare. Riesci a far dialogare queste due dimensioni con grande efficacia, mescolando materiali di varia natura. Da dove nasce l’idea di questo libro “ibrido”? Cosa o chi ti ha ispirato?

Questo libro mi ha portato non solo dal Cile all’Argentina dei miei genitori e al Piemonte dei primi migranti della famiglia, ma anche dalla memoria alla finzione, dal presente al passato, dal delirio alla documentazione, dall’intimità alla Storia.

È stato un andare e venire tra molti aspetti. Forse la prima motivazione aveva a che vedere con gli spostamenti dei miei famigliari e con le domande su chi avessero lasciato indietro, su come avessero appreso a essere “altri” in queste nuove destinazioni.

Inizialmente volevo narrare questa storia senza fiction. Avevo due binari: da un lato, la storia della mia prozia, Nelida, che nel 1949 fu invitata dai suoi genitori in Argentina per ragioni confuse. Dall’altro c’erano i miei bisnonni, che seguirono la stessa rotta, ma nel 1910.

Tutti in nave, con biglietti di solo andata, alla ricerca di una vita migliore.

Mi interessava pensarli in relazione con lo spostamento dei miei genitori, diversi anni dopo, non più da un lato all’altro dell’oceano, ma della cordigliera delle Ande.

Ma le storie facevano resistenza, non volevano essere raccontate. Qualcosa le lasciava a metà. E nel processo di scrittura e ricerca sono emersi materiali, rumori, archivi e, soprattutto, un presente che ha fatto vacillare il registro documentale.

È nata l’inquietudine non di restituire né di recuperare le storie come parti di un passato, ma di tornare a renderle al presente come fantasmagorie che non finiscono oggi. Ha avuto molto senso quindi il carattere lampeggiante del ricordo, così come lo elabora Walter Benjamin: articolare storicamente il passato non significa conoscerlo così come veramente è avvenuto, ma “impadronirsi di un ricordo come esso balena nell’istante di un pericolo”.

Lì mi sono resa conto che questo era un romanzo, o meglio, che necessariamente doveva avere una costruzione. Una fiction, una figurazione estetica.

Alejandra Costamagna - Il sistema del tatto

Il sistema del tatto

La storia è quella di Ania, la chilenita, cresciuta in Cile ma di origini argentine e, prima ancora, piemontesi. Il ritorno nel paese dove trascorreva le estati della sua infanzia – per fare le veci del padre al capezzale di uno zio morente – porta Ania a intraprendere un viaggio a ritroso, in direzione contraria ai percorsi migratori della sua famiglia. La sua identità frammentata, costretta sempre ad aggiustarsi e ridefinirsi, perdendosi ogni volta un po’ di più, è parte di un’eredità di sradicamenti e rotture.

Quella di Ania è un’operazione di recupero e ricomposizione delle esigue tracce che le vite dei suoi familiari hanno lasciato indietro, residui scarni di esistenze in bilico. La narrazione acquisisce spessore e rilievo attraverso la giustapposizione del presente della protagonista e di frammenti documentali di varia provenienza. A foto di famiglia e lettere personali, oltre che a un manuale di dattilografia, si aggiunge una fonte particolare: la Guida per l’emigrante italiano alla Repubblica Argentina, che i migranti italiani ricevevano in dotazione e attraverso la quale si impartivano loro norme di comportamento e raccomandazioni. Tanti tasselli che vanno a comporre una storia unica, all’interno della quale ciascun elemento riceve la luce irradiata dagli altri.

 

 

Alejandra Costamagna

Nata a Santiago del Cile nel 1970, ha pubblicato romanzi, raccolte di racconti e un libro di cronache e saggi. Ha collaborato con le riviste Gatopardo, Letras Libres e El Malpensante. Nel 2003 ha ottenuto una borsa di studio dell’International Writing Program dell’University of Iowa. Nel 2006 in Germania ha vinto il Premio letterario Anna Seghers. Nel 2016 Edicola ha tradotto in Italia la mia raccolta di racconti C’era una volta un passero. Il sistema del tatto è stato finalista al prestigioso Premio Herralde de Novela (Editorial Anagrama) e nel 2019 in Cile ha vinto il Premio del Círculo de Críticos de Arte e il Premio Atenea.