di Giada Ales

Abbiamo bisogno di persone che sappiano sognare cose che non ci sono mai state.[
[F. Kennedy]

Visione.

Quando da adulti, spesso perché spinti dalla necessità di dare un senso alle peculiarità di un figlio, si “scopre” per la prima volta di essere gifted può accadere che tutto il proprio vissuto diventi come un puzzle che si compone all’improvviso, mostrando l’immagine finalmente completa di se stessi.

Scoprire di essere gifted è un puzzle di emozioni, sensazioni, vissuti…

Tornano i ricordi, le esperienze, le sensazioni vissute da ragazzini.

Quell’emotività eccessiva, le esplosioni di pianto improvvise e incontrollate perché si sente come proprio il dolore degli altri, persino dall’altra parte del mondo, persino in un film. Avere a sei anni la dialettica di un adulto e fare domande sulla vita e sulla morte. Il sentirsi sempre diverso, vittima di bullismo perché troppo strano o fragile e incapace, felice solo tra ragazzi più grandi o tra gli adulti.

Quel saper trovare soluzioni differenti e nuove e la difficoltà di spiegarne il processo perché “le parole vengono fuori troppo lente”. L’essere bravi a conformarsi così bene a qualsiasi situazione o ambiente o, al contrario, quel polemizzare tutto, chiedere ragione di ogni no ricevuto come se fosse un imperativo ancestrale a cui è impossibile resistere, fino ad arrivare a chiudersi in se stessi perché “è inutile, nessuno sa capirmi”.

Un mosaico di curiosità, passioni, incertezze

O, ancora, avere mille interessi, mille curiosità, saltare da una cosa all’altra, appassionarsi a tutto e a nulla specificatamente. E, poi, da grandi la confusione sul proprio futuro: il corso di fotografia, un Master in Business Administration, la naturopatia, il teatro… Saper fare tutto, realizzando performance importanti, in ogni ambito, e sentire che scegliere una sola cosa sarebbe una tortura. Sono i multitalenti o multipotenziali: quando nella “costellazione di caratteristiche personali, genetiche e comportamentali” la giftedness è aspecifica ma non per questo meno chiassosa.

Non sempre avere finalmente una visione chiara di sé è un passaggio lieve. È un po’ come aver viaggiato, più o meno volutamente, a 50 km/h per tutta una vita e subire un’accelerazione a 200 km/h, in pochi minuti. E re-imparare a gestire tutto a questa nuova velocità. Succede allora che la paura di non farcela può amplificarsi, perché i sogni lasciati da parte all’improvviso si riaffacciano, hanno voglia di essere ascoltati, finalmente! Ma realizzarli è un altro paio di maniche!

Anche per chi la vita è sempre stata da mordere, ogni giorno, con la fame di visione che lancia lo sguardo avanti, sempre oltre, sempre più lontano, non è facile fare i conti con una nuova consapevolezza. Perché quelle montagne russe fatte di empatia, emozioni, sogni e fallimenti vissuti come tragedie greche non svaniscono, anzi. E se prima eri “solo” un punto di riferimento, il miglior amico per molti, il fiore all’occhiello tra i dipendenti della tua azienda, magari ora ti senti addosso pure la responsabilità di come esserlo da gifted.

Il gifted tra ribellione e coraggio di essere se stessi

Persino per chi vive la vita da ribelle, fuori dagli schemi, disposto a bruciare le cornici istituzionali con il veleno di parole da lanciare come saette infallibili, non sempre è facile.

Perché, se è vero che la creatività è di chi i confini li demolisce, un pezzo di muro dopo l’altro, alla fine essa appartiene veramente solo a chi dell’opposizione sa fare legna da ardere, carburante per i propri talenti, credendo più alla concretezza delle proprie capacità che all’immagine stereotipata di se stesso.

Se, da una parte, dare un nome alla visione di sé può aiutare a sentirsi un po’ meno mosca bianca in un mondo che pretende troppo spesso omologazione, dall’altra serve poi trovare il modo di viverci e conviverci.

Serve coraggio. Per fare pace con questo modo di vedere la vita. Per non nascondersi per primi al proprio sguardo, per credersi. Per imparare a essere, senza pretendere di dover essere, per lasciare andare la ricerca della perfezione a vantaggio di una maggiore consapevolezza e flessibilità, per aver voglia di guardare i propri talenti non più come un peso o una distanza dal mondo, ma come un vero dono. Di quelli che possono cambiare le vite e i futuri di tutti.

E allora può davvero accadere che s’impari a fregarsene un po’, a camminare in questa vita un pochino più leggeri, sorridenti, che tanto quel pensiero sempre acceso, innovativo e visionario, l’emotività, l’empatia, la connessione così densa con tutto e tutti sono sempre lì. Magari, finalmente, un po’più amici…