di Marco Casula

«Insomma, cosa facevi prima di arrivare in questa città?»

«Avresti dovuto conoscermi, ero un po’ sdrollico» ho risposto. «Lì era diverso, la gente fa le stesse cose che fa qui. Avevo amici.»

«Te lo dico io, te ne stavi a ciondolare in piazza e…»

«No, ci divertivamo. Non era male.»

«Te lo ripeto, cosa facevi?»

«Stavo in un palazzone a tre piani ancora in piedi, che a pensarci ora assomigliava a quei casermoni grigio sporco, molto sporco che ricordano tanto certe architetture Stasi da realismo sovietico: fili di panni appesi a cordicelle nelle verande scure oppure negli androni dei sottoscala bui e tetri o nei cortili smaronati, mentre le campane scasinavano l’aria di mezzogiorno spaventando corronche fracassone.»

«Ti divertivi?»

«Era diverso. Di sera uscivamo a chiacchierare, si andava al cinema e si bazzicava gente.»

«Anche noi usciamo la sera. Anche noi chiacchieriamo. Non ti va, non ti diverti con me?»

«Ma sì, certo.»

«Laggiù non avevi una come me, vero?»

«No.»

«Bene.»

«Non so, era diverso, tutto qui. Sto solo dicendo questo. Sarebbe piaciuto anche a te.»

«Stai rovinando tutto, sai? Non riesci nemmeno a vedere quello che hai sotto gli occhi. Sei proprio come tutti gli altri.»

«Non è vero.»

«Stai rimpiangendo il passato.»

 

L’ho lasciata.

Sveglia la mattina, quando mi va. Non prima delle dieci, dieci e mezzo, dipende da quanto ho fatto tardi la notte. Senza particolare fretta, vado in spiaggia. Non c’è la folla della domenica, il sole è sopportabile.

C’è un discreto rumoreggiare di gente.

Bimbi che piangono, mamme che inseguono bimbi, babbi che portano le carrozzine dei bimbi che piangono, adolescenti che amoreggiano sul muretto, pensionati che leggono il giornale.

I primi carretti vendono gelati. Ne compro uno. Lo assaporo sdraiato sotto un ombrellone conficcato nella rena proprio vicino alle onde del mare che fanno splash splash sulle dita dei piedi.

Un levantino, soffice, mi accarezza il viso, mentre la lettura di un libro mi trascina più in là il tempo. Non ho fretta, non avverto neanche un po’ di sghinzo. Alle due del pomeriggio rincaso. Mi piazzo in terrazza che dà sul lungomare. I lineamenti della costa, l’insenatura del golfo, una vela all’orizzonte.
Due surfisti appaiono e scompaiono nell’azzurrino dello skyline.
Un caccia militare ha disegnato in cielo una striscia bianca, una virgola sulla tavolozza sfuggita di mano a un pittore.

Sbuccio una banana, leggo, scrivo, sorseggio un caffè.

Faccio una doccia ed esco.
La serata è fresca.
Una camminata al parco prima di incontrare qualcuno.

«Ciao, ti va di sederci qua? »

«Sì, magnifico. »

Si sta bene insieme. Parliamo e parliamo, finché ci accorgiamo che la smilza ci prende.

C’è un ristorantino all’angolo. Incontriamo altri della greffa e altri ancora.

«Cosa fate, venite con noi?»

«Perché no, volentieri.»

Il ristorante è niente male, si parla, si cazzeggia, si va al TibiDabo dove c’è un miscuglio di razze, di musica, di alcol. Si beve… e beh, succede.

Può capitare di rincasare e non sapere dov’è il buco della serratura.

«Sì, prima ti ho avvertita. Non so a che ora mi sveglio la mattina.»

 

Mi ha lasciato.

Sì, viaggiare. È una parola.

Volevo fare la Route 66, ubriacarmi di strada da fare. Evitando le buche più dure, senza per questo cadere nelle mie paure. Senza Battisti, con uova e pancetta, baby.

Per ora mi accompagno looney croodey con questo libro, un viaggio attraverso il globo della mente.

Per sentirsi Jupiter. Sì, per sentirsi un dio. Deserti, montagne, oceani, guerre e rivoluzioni.

Sai che figata, nell’età degli Agi e del Buon Ritiro? Tutti i fottutissimi giorni. Ci vado dentro, baby.

A fumare battiti di Paranoia nel Potere Magico del Riordino e abbandonarsi all’ignoto e alla bellezza della vita.