di Marco Casula

Quel giorno era partito in treno di buon’ora per raggiungere la casa che i genitori avevano abbandonato per sempre, una casa di cui conservava pochissimi ricordi.

Il paesaggio di quelle parti era molto comune: prati, frutteti, strade e sentieri che portavano al bosco dove da bambino, con la sua furbesca logica auto ingannatoria, poteva giocare e parlare con le nuvole, mentre in casa sembrava insolitamente silenzioso, senza mostrare quel suo modo particolare che aveva di ascoltare e di tacere.

Doveva avere una paura infantile delle parole, perché ne conosceva appieno la potenza. Come avesse la sensazione precisa che il suo silenzio avesse a che fare con una forma di precauzione, quasi non volesse toccare con le proprie parole la vita degli altri per paura di sortirne un effetto inaspettato, terribile. In fondo, ancora, non sapevo nulla di lui.

Da bambino mi piaceva sostare sotto gli alberi, era un piacere sparire e riapparire nei varchi di luce lasciati dalla bruma.
A tredici anni sotto uno di quegli alberi inventai una storia e la disegnai, poi però la dimenticai.
Quando è riaffiorata dopo qualche tempo pensai di scriverla.
Credo sia cominciato così il mio gioco a nascondere.
Il gioco di un bambino che non sa cosa temere o cosa desiderare di più, se restare nascosto o venire scoperto.