di Mario Maresca

Nel 1914, Franz e Charles si trovarono nel mezzo di una contesa.
Anzi due.
Ma andiamo per gradi…

I due uomini ebbero un contrasto di gioco in una partita di calcio improvvisata in un campo delle Fiandre, nel sud-ovest del Belgio. Ma non siamo in nessuna competizione internazionale. Non di quelle sportive almeno. E il campo non era veramente da calcio, ma fu predisposto su un campo di battaglia.
La Prima Guerra Mondiale divampava da qualche mese e Franz e Charles erano due soldati di fanteria, uno tedesco e l’altro inglese.
È probabile che i due nomi siano reali (vi pare che non ci fosse almeno un Franz e un Simon nei due eserciti?) ma l’ho tirati in ballo come emblemi di due armate opposte in una sanguinosa campagna militare.
Eppure, in uno stranissimo ma umanissimo barlume di normalità in una delle pagine più nere della storia umana, i due schieramenti impegnati a combattere nei pressi della cittadina belga di Ypres, decisero di cessare il fuoco per scambiarsi auguri e canzoni dalle rispettive trincee.

Si avvicinava il Natale: occasionali attraversamenti delle linee per fraternizzare, celebrazioni di cerimonie religiose o sepolture dei troppi caduti, scambio di doni tra soldati: ecco cosa successe durante quei giorni. Fino alla leggendaria partita di calcio di cui abbiamo scritto all’inizio.
Così arrivò il 25 dicembre.
Nei giorni successivi, i combattimenti ripresero e sarebbero durati altri tre anni, lasciando milioni di morti sul terreno.

Strane bestie, noi umani: capaci di estrema sensibilità e di una crudeltà indicibile. Eppure, nel bel mezzo di un conflitto spietato, qualcosa che possiamo definire empatia lo ha limitato, seppur per troppo poco.

Se stiamo insieme ci sarà un perché

Non ha senso essere precisi quando non si sa nemmeno di cosa si stia parlando”.
Così tuonava John von Neumann, matematico e fisico, una personalità eclettica e leggendaria, responsabile, tra le altre cose, della definitiva elaborazione delle Teoria dei Giochi. La frase mi torna alla mente ogni volta che tento di pensare e di scrivere riguardo alle emozioni.
A maggior ragione in questo caso, scrivendo di empatia. Se è vero che è molto difficile, forse impossibile, sapere abbastanza sulla soggettività altrui, studi sistematici sul comportamento e sulla neurobiologia ci aiutano a conoscere meglio i vari stati emotivi e affettivi degli umani.

Sappiamo che le emozioni si sono evolute già in forme animali molto primitive (ne ho scritto in un precedente articolo).
Con l’evoluzione, via via che l’esigenza di socialità aumenta, e con essa la complessità cerebrale, si sviluppa negli animali l’embrione dell’empatia, che diventa sempre più sofisticata avanzando verso i primati e gli umani.

La capacità di comprendere l’esperienza soggettiva di altri individui condividendo indirettamente i loro desideri, credenze, emozioni e sentimenti è la quintessenza dell’empatia. Questa è intrinsecamente legata ai comportamenti prosociali, definiti da qualsiasi atto deliberato per arrecare beneficio agli altri e alla propria comunità (Eisenberg e Morris, 2001).

Sebbene l’attesa di reciprocità tenda a istigare una reciprocità prosociale, la motivazione ad aiutare gli altri può essere puramente altruistica, senza secondi fini, e abbiamo esempi di individui che aiutano chi ha bisogno anche quando implica rischi specifici di disagio psicologico o pericolo fisico per se stessi (Batson, 1991). Delle capacità empatiche ben sviluppate consentono alle persone di selezionare la reazione emotiva appropriata che favorisce il comportamento di aiuto adeguato. Le abilità empatiche sono fondamentali per i legami sociali perché promuovono comportamenti prosociali non solo verso i nostri prossimi, ma anche verso gli estranei (Batson, 2003), seppur in misura ridotta e con un approccio più circospetto. Così il ricorso ai comportamenti competitivi e al conflitto viene limitato.

Tentativi di unione

L’uso di parole come “capire” o “comprendere” si applica specificamente all’empatia negli umani perché implicano funzioni cognitive superiori, arricchite dalla nostra vita emotiva e affettiva.

L’empatia è favorita dall’aver avuto un’esperienza simile a quella che stiamo osservando nell’altro.

Sarà stato questo che ha innescato il comportamento così inconsueto in Franz, Simon e i loro commilitoni di cui abbiamo parlato all’inizio del presente articolo?
Forse, ma come spesso accade nei comportamenti umani, questi emergono da più fattori insieme e le cose tendono a essere più complesse di come sembra. L’esempio di Ypres (più unico che raro come vedremo in prossimi articoli che parleranno di empatia) ci porta a sondare cosa possiamo fare per crearla quando questa non c’è, né è scontata.

Come prima cosa, dovremmo andare a cercare un “terreno comune”, qualcosa che ci renda simili all’altro a dispetto delle diversità e, forse, degli antagonismi.

Se ci sono riusciti dei soldati nemici su fronti diversi, ci possiamo riuscire tutti noi, che si stia in una trincea aziendale a lottare contro un altro team per un premio, o si annaspi in un litigio coniugale. Tutto potrebbe iniziare con la domanda: “Cosa farei se stessi attraversando la medesima esperienza che sta passando lei/lui?” Come è evidente, non cerchiamo il sentimentalismo a tutti i costi, anzi pensiamo si debba ricorrere a una funzione non impulsiva e decisamente razionale, che tenga basso il volume della troppa emozione e favorisca un dialogo fondato sulle somiglianze e non sulle differenze.

Un’altra possibilità è mettere da parte i nostri consueti schemi di pensiero, tanto abituali quanto troppo veloci e inconsapevoli. Potremmo per esempio chiedere a qualcun altro (più diverso da noi è, meglio è) cosa farebbe al nostro posto per limitare o annullare del tutto il conflitto e sviluppare empatia.

In più, potremmo essere i primi a fare il passo verso l’altro con cui cerchiamo empatia: questo manifesta una predisposizione a un dialogo aperto.

Più in generale, sapere che siamo tutti inclusi nella stessa comunità di destino, oltre che interdipendenti gli uni dagli altri, ci dovrebbe predisporre all’empatia e all’apprendimento di come svilupparla.

Vedremo nei miei prossimi articoli, che saranno pubblicati su questo magazine, che è più facile a dirsi che a farsi, perché sono tante le trappole, spesso autoprodotte, che insidiano le giornate di noi umani e che possono limitare la nostra empatia.