di Marzia Iori

«Buongiorno, venite dentro a riscaldarvi, volete un pezzo di panettone?»
Ti conobbi così, la vigilia di quel Natale, mentre in vestaglia e ciabattine rosa mi apristi la porta di quella casa che ti aveva accolta per pochi giorni. Parlavi un italiano buono a volte stentato e insistevi a darmi del voi.

«Dammi del tu per favore…»
«Si ok» Subito dopo smentito da «Se volete, certo.»

Eri giovane avevi 45 anni, magra, due occhi grandi, pronti a cogliere tutti i dettagli, a leggere tutte le informazioni presenti nell’ambiente e a farne una veloce valutazione. Due gambe lunghe e muscolose a testimonianza dei tanti chilometri percorsi a piedi.

Quel giorno ti apristi a me come se fossimo amiche da tempo: «Vedete cosa mi ha scritto la mia padrona sul cellulare.»

E così dicendo mi facesti vedere e leggere i vari messaggi scambiati in quei giorni con chi tu chiamavi “la padrona”. Venivi dalla Romania, avevi girato tutto l’Europa, svolgendo tanti lavori, prima di essere stata assunta a Milano come badante di un’anziana signora di nome Maria.

L’assunzione era stata effettuata tramite agenzia dal figlio di Maria. Proprio lui in pochi mesi aveva radicalmente modificato di nuovo la tua vita, trasferendo tutta la famiglia, Maria ovviamente inclusa e te, in un piccolissimo paesino di montagna sull’Appennino Tosco Emiliano.

E tu li avevi seguiti. Non avevi la patente quindi camminavi. In quel paese di poche anime non c’erano negozi, niente, tu eri costretta a percorrere a piedi sentieri fino ad arrivare nel primo paesino attrezzato per comprati le cose essenziali.

«Giro sempre a piedi con uno zaino sulle spalle, chi mi incontra penserà che sono una matta.»
Ti piaceva camminare, così un giorno in estate andasti fino al Passo delle Radici, passo che congiunge l’Emilia con la Toscana. Due giorni impiegasti per arrivare, sola, senza nessuno, senza cartina, un cellulare che ogni tanto perdeva la connessione e ti lasciava in preda della tua intuizione per comprendere la strada giusta.

Ti perdesti in mezzo al bosco, gli alberi fitti ti impedivano di crearti dei punti di riferimento, un attimo di grosso smarrimento che, quando me lo raccontasti, trasudava ancora di paura e incertezza. Ma tu avanti, sempre dritto, finalmente arrivasti al primo paese. E poi fino al Passo.

«Volete una tisana calda con il panettone?»
Intanto scorrevo veloce i messaggi sul tuo cellulare.
«Vedete che la padrona quando Maria è andata in ospedale, mi ha scritto di prendere le mie cose e di trovarmi una nuova sistemazione fino al suo ritorno.»
La Padrona non era altro che la compagna di Roberto, figlio di Maria.

Ti guardai in silenzio.
«Ma che ne pensate? Non la trovate un’assurdità?» mi dicesti con un tono allarmato.
«Lo trovo molto strano» fu la cosa migliore che riuscii a dire.
«Avevo accumulato poche cose eleganti, soprattutto comprate a Milano.»

«Come ti trovavi a Milano?»
«Bene perché ero indipendente, potevo uscire e andare dove volevo»
«E qui?»
«… e qui devo dipendere sempre da qualcuno perché non ho la patente.»
«… e mi sembra da come lo dici che non ti piace.»
«No, non mi piace dipendere da nessuno» e aggiunse «l’altro giorno, quando sono dovuta uscire dalla casa, ho fatto un pacco delle mie cose più importanti, me lo sono caricata sulla spalle fino a Cavola, poi ho preso la corriera e sono arrivata a Reggio Emilia dove ho spedito tutto in Romania.»

In quel momento fu inevitabile nella mia testa il paragone fra il tuo unico cartone con dentro tutte le tue cose più importanti e i miei tanti traslochi fatti di milioni di cartoni.

Poi aggiungesti: «Meno male che Bruno mi ha dato un passaggio per il ritorno, altrimenti sarei dovuta tornare a piedi e sono tanti chilometri.»
«Eh sì, sono più di 50 chilometri e con questo freddo non era il caso» e poi chiesi «e ora?»
«Ora ho solo l’essenziale nient’altro, così che se Maria non torna a casa mi posso muovere meglio.»
«Hai solo l’essenziale?»
«Si vedete questo che ho addosso e quello che c’è su quella sedia.»

Mi voltai, sulla sedia un maglione, una giacca a vento, un sacchettino con immagino dentro un minimo di effetti personali, un paio di pantaloni, sul pavimento due scarponcini.
«Nient’altro?»
«Nient’altro.»
Ti guardai ammirata, stupita e incredula.

La notte prima avevo fatto un sogno che posso definire ripetitivo. Sogno spesso di essere in viaggio e di non riuscire a prendere i vari mezzi di trasporti, aerei, treni, corriere, perché ho tante valigie che diventano sempre più grandi, sempre più pesanti ed io sono schiacciata dal loro peso e dall’ansia di non perdere nulla.

In quel sogno sistemavo le cose all’interno delle valigie per ridurle, ma così facendo si ingigantivano sempre più ed intanto, presa da queste faccende, perdevo la mia borsetta con tutti i documenti.
È da tempo che collego questi sogni al mio desiderio di sgravarmi dell’inutile, del superfluo, di cercare l’essenziale e basta. Di vivere con quello e nient’altro.

Ho fatto diversi tentativi di smaltire l’inutile, ma fino ad ora con risultati che vanno nella direzione opposta. E tu quel giorno lì, in quella casa che ti aveva accolta temporaneamente, me lo facesti vedere su quella sedia, sentire e provare attraverso le tue parole, quell’essenziale che stavo cercando.

Mi venne in mente mia zia che trascorse gli ultimi giorni della sua vita in una clinica per anziani e nel suo armadietto aveva esattamente la quantità di effetti personali che erano su quella tua sedia.

Quando li vidi, perché un’infermiera mi chiese di prendere una maglia pulita, non potei non pensare a quanti sforzi, sacrifici, sotterfugi e lotte aveva svolto nella sua vita mia zia per accaparrarsi tutto il possibile, ed ora quel tutto si riduceva a quelle quattro cose.

Ecco io vorrei arrivare a quelle quattro cose naturalmente, prima che gli eventi mi obblighino ad arrivarci.

Quella sedia con le tue poche cose, così ti saresti mossa meglio.