di Marco Casula

Un tempo avevo un amico strano.
Si chiamava Gonario Axedu.
Se uno domandava di lui in quartiere, avrebbero risposto che non c’era mai stato nessuno con quel nome.
Ma se chiedevi di Fille ‘e preri, allora sì, ti dicevano vita morte e miracoli di lui.

Per chi non lo sapeva, quel soprannome (figlio di prete) utilizzato come dispregiativo faceva pensare a un povero cristo che confondeva la merda col budino. Invece Gonario un tempo era stato ferroviere, dormiva in paese accanto alla moglie che gli scaldava il letto da 15 anni e gli aveva riempito la casa di figli.

Il soprannome glielo aveva appioppato proprio lei il giorno che era partito con la sua littorina e ne tornò scimunito, ché non sapeva trovarsi un fazzoletto in tasca. Sesi unu fill ‘e preri, lo apostrofava. Sei un figlio di prete, e lui s’arrabbiava, tanto che un giorno non ne poté più e la stese con un colpo alla testa.

Lo rinchiusero a Villa Clara e ne uscì tre lustri dopo, abbandonato da tutti.

Mandibola storta e sguardo bovino era un perdente nato, attratto dal girovagare per la città forse per buscarsi una rivincita o meritarsi una redenzione. Passava il tempo tra il binario 12 e il sottopassaggio, di fronte alla sala di seconda classe, che almeno d’inverno era riscaldata.

Lì ci passava pure la notte, sotto una montagna di scatole di cartone che quelli del ristorante buttavano in un angolo alla rinfusa prima di chiudere. L’edicolante della stazione un giorno ebbe una botta di compassione, gli mise in mano dieci giornali e gli disse, vai in via Roma, strilla un po’ e cerca di venderli, quando hai finito ritorna da me, che un piatto di pasta e fagioli te li faccio avere. Lui, felice, si faceva in quattro per vendere quei giornali, ma la gente, si sa, è balossa, e tutte le volte capitava che non appena aveva finito di strillare «Il Giorno! Paese Sera!» per attirare clienti, c’era sempre qualche gaurro vigliacco che gli gridava dietro le spalle «O fill’e preri!» e scappava per non farsi prendere, perché sapeva a cosa sarebbe andato incontro.

A lui saliva il sangue alla testa e sacramentava: «Su cunn ‘e mamma tua!» vibrando il pugno in aria, come per dire, finisco qui e poi vengo a spaccarti la faccia. L’avrebbe fatto, se avesse avuto sotto tiro uno di quei rottinculo. Io ero l’unico con cui andava d’accordo.

A parte l’edicolante, ovviamente. Una domenica sera che l’edicola era chiusa, lo avvicinai mentre era sdraiato sulla panchina del binario 12. Gli chiesi se potevo sedermi a fare quattro chiacchiere con lui e gli offrii una sigaretta.

Fu allora che mi accorsi che gli mancavano i denti davanti.

Il palo della luce del parco di Villa Clara si era messo in mezzo alla strada, mi spiegò, e quei disgraziati di medici gli dissero che doveva ringraziare per non avergli fatto pagare i danni. Anche adesso quando sputo, ne esce sangue, disse, e me ne diede dimostrazione rifilando una scarraxiadura rossastra in terra alla Pecos Bill che sfiorò i miei preziosi mocassini color testa di moro. Non volevo contraddirlo, e cercai di cambiare argomento domandandogli che cosa faceva di solito la domenica sera, quando non c’erano giornali da vendere e il posto era pieno di magnaccia e puttane. Lui mi fraintese, e mentre gli avvicinavo la fiamma per accendergli la sigaretta, mi domandò se per caso non fossi una checca.

La conversazione finì lì, perché capii subito che insieme alla sigaretta si era accesa qualche altra cosa, e non volevo che avesse un’opinione diversa sul mio conto.

Il giorno dopo, come tutti i giorni, l’edicolante gli mise in mano dieci giornali per il solito giro in via Roma e, mentre lui si avviava dall’altra parte, al binario numero 13, un concale giangallone gli lanciò l’urlo fatidico: «O fill’e preri!».

Gonario non ci vide più, scattò come la molla di un materasso rotto e un treno che passava in quel momento esatto, lo travolse.

La stazione, gli odori, la pece, i fumi parevano essersi ammassati come sotto una tenda.