di Paolo Marinovich

“La lingua non si cambia con l’asterisco”. Questo è il titolo dell’intervista di Simonetta Fiori a Luca Serianni, filologo e linguista, curatore del vocabolario Devoto-Oli, pubblicata l’8 agosto su Repubblica. Lettura interessante, come altre recenti sullo stesso tema.
Io trovo che l’uso dell’asterisco, come dello (o della?) schwa, la “e” capovolta, per includere tutti i generi, sia assai strumentale.

Mi sembrano entrambe sottolineature simboliche, come dire, di bandiera, che tolgono autenticità al messaggio di inclusione, perché forzate.

Questo è un tema sociale attuale e rilevante, ma l’evoluzione delle lingue – non solo dell’italiano- è altro, ha tempi storicamente lunghi.

Con molto rispetto per chi adotta l’asterisco o lo schwa, la mia scelta è diversa: per tenere un discorso o leggere un testo a voce in italiano, mi piace poter rappresentare e pronunciare tutte le parole che mi servono, in italiano.
L’asterisco non ha suono.
Lo schwa echeggia pronunce dialettali locali o lingue mediterranee – come il turco – distanti dalla nostra fonetica.

Se è giusto assicurare a chi mi legge o mi ascolta, che ho a cuore tutti, indipendentemente dal genere, preferisco usare espressioni come “care amiche e cari amici” oppure “cari amici e care amiche”. Lo faccio volentieri, non è una gran fatica in più, né dirlo né scriverlo; e non richiede forzature grammaticali né tantomeno ortografiche. Se poi si vuole sottilizzare su quale genere “chiamare” per primo, credo che la nostra lingua abbia problemi più importanti da affrontare.
L’impoverimento del lessico, per evidente esempio.

Come osserva Serianni in risposta a una domanda (se l’italiano sia una lingua più conservativa di altre), “la lingua parlata da un adolescente di oggi è molto diversa dall’italiano di mezzo secolo fa: i Promessi Sposi sono diventati una lettura difficile, non lo erano per un quindicenne della mia generazione.”

Figuriamoci allora, aggiungo, la Divina Commedia; perfino più sfidante del latino, perché per quest’ultimo ci sono i vocabolari… ma per l’italiano trecentesco?

Per inciso, ricordo che l’inglese non ha il genere nei nomi e negli aggettivi: va benissimo quindi “Dear friends” onnicomprensivo, ma vive senza evidenti problemi anche “Dear ladies and gentlemen”; così il “Damen und Herren” tedesco; più complesso il francese perché “Mesdames et messieurs” si allinea alla distinzione dei generi come altre lingue; ma “chères amies et chers amis” che si scrive diversamente, si pronuncia (salvo finezze quasi accademiche) allo stesso modo.

Come la mettiamo?