Spunti di riflessione sui grandi classici sempre attuali – di Chiara Di Muro

L’infinito è l’emblema del pensiero leopardiano e oserei definirlo come vero e proprio manifesto. Un capolavoro che rappresenta un monumento che rimarrà impresso nella storia per molti anni ancora.

La poesia può essere divisa in due momenti che si basano sulle teorie di Leopardi e dalle sensazioni di partenza diverse.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Nella prima parte il senso che prevale è quello della vista, o meglio l’impossibilità di vedere qualche cosa che fa si che subito l’immaginazione si attivi, prepotente e struggente. Il pensiero così comincia a strutturarsi sulla possibilità di raggiungere uno spazio illimitato e sconfinato, l’uomo con un’illusione pura si prefigura il raggiungimento dell’infinito.

Ma questo è possibile solamente grazie all’immaginazione poiché la vita reale, in accordo alle idee di Schopenhauer, è costituita dall’infelicità e dalla noia. In questa fase iniziale l’io lirico del poeta si sente perso e sgomento.

Nella seconda parte della poesia nuovamente viene suscitata l’immaginazione attraverso un senso diverso: attraverso l’udito, che in questo caso ode lo stormire del vento tra le piante. Un senso che spesso al giorno d’oggi è sottovalutato ma che se sviluppato potrebbe portare a dei prodigi. Leopardi illude alla labilità delle cose umane e dunque si colloca in un infinito temporale in contrasto con tutte le epoche passate che consapevolmente spariranno e saranno destinate all’oblio più totale.

In questo caso l’io lirico del poeta si lascia andare, abbandonandosi all’immensità dell’infinito, riuscendo così a perdere la propria identità. Questo smarrimento e naufragio però risultano essere dolci poiché l’uomo, attraverso la coscienza, assume la consapevolezza che la sua vita è destinata all’infelicità. Dunque per sottrarsi a ciò è necessario che venga spenta la coscienza individuale.

Lo smarrirsi e il naufragare sono due facce della stessa medaglia suscitate dall’immaginare l’infinito.

Tutte le teorie che vengono annunciate in questa poesia da Leopardi mettono in luce l’evidente necessità di fuggire da questa realtà. Ma come è possibile essere giunti a tutto ciò? L’essere umano è caratterizzato dalla mortalità e dalla fragilità. Il tempo concesso non lo può sapere a priori e dunque vive nell’incertezza più assoluta, nella paura che un giorno sarà strappato da questo mondo terreno.

Credo fermamente che il modo migliore per contrastare tutto questo sia prendere come modello ideale e di riferimento proprio i bambini. Sono loro gli eroi del nostro tempo, che potranno salvarci dal progresso e dalla nostra autodistruzione. Per il bambino è sempre tutto nuovo, un vero e proprio gioiello. L’immaginazione e l’ingenuità sono caratteristiche fondamentali della natura dei bambini.

Quindi l’invito che faccio a tutti apertamente è quello di richiamare sempre e comunque il bambino, o meglio il fanciullino, che si trova in ognuno di noi e di guardare il mondo attraverso un filtro per poterne ammirare, assaporare, udire tutte le sue peculiarità.