di Mario Maresca

In un oceano di quasi cinquecentocinquanta milioni di anni fa, una creatura cambiò il corso della vita sul pianeta: inventò la predazione. Non che lo fece di proposito: trovò che fosse, in tutta semplicità e senza alcun sentimentalismo, conveniente.

Se oggi possiamo gradire un’insalata di gamberi o una grigliata di crostacei, è interessante sapere che il predatore di cui sopra sia stato un gambero. Non un gamberetto normale: una bestia di quasi due metri, con occhi sproporzionati e con appendici di un certo riguardo intorno alla bocca, che gli conferivano un aspetto francamente orrendo.

L’Anomalocaridide (bruttino anche il nome…) può vantarsi di essere stato il primo ad avere sviluppato sensi atti a percepire la presenza di altre creature buone da mangiare nelle vicinanze e avere raffinato un apparato buccale per “aspirare” dal fondale marino le sue prede, per lo più vermi o altri invertebrati striscianti.

Il cervello come com-plesso e non (solo) per pensare

Anche prima del rapace gamberone si lottava per sopravvivere ma era assente la parte di inseguimento, perché l’alimentazione era di tipo filtratorio, passivo. Il cibo che non aveva la fastidiosa tendenza ad andarsene troppo in giro, alla disperata ricerca di fuga da un altro essere che cercava di papparselo.

Questa attività di caccia, preoccupante per le prede ed energeticamente onerosa per tutti i protagonisti, ha dato il via a una escalation evolutiva agli armamenti: i corpi si modificarono e diventarono più complessi, per percepire cibo o pericolo, e muoversi meglio per catturare o eludere.

Diventò necessario sviluppare un centro di comando per gestire organi e apparati sempre più complessi.

Nacque così un rudimentale cervello, poco più di un semplice aggregato di cellule nervose: tecnicamente, un “plesso”.

Quasi contemporaneamente nacque l’esigenza di qualcosa che aiutasse gli animali a concentrarsi sul momento presente e a preparare il corpo all’azione: le emozioni. Siamo in piena archeologia dei sentimenti, del pathos, delle pulsioni, delle passioni.

Da questa stringata storia di come si sia evoluto l’organo che occupa quasi tutto lo spazio nella testa, si trae una certezza: il compito più importante del cervello non è pensare!
Il suo compito è gestire i sistemi, gli apparati e gli organi del corpo di ogni animale per mantenerlo in vita.

L’imperativo categorico della biologia di ogni essere vivente è solo uno: sopravvivere, a ogni costo!

Addirittura, anche quando il cervello produce pensieri e sentimenti coscienti (patrimonio certo degli umani, per gli altri mammiferi possiamo solo fare illazioni), sono per lo più al servizio della gestione del corpo.

Regolare i livelli dei fluidi, veicolare i nutrienti, gli ormoni e i gas respiratori, modulare le tensioni e rilasciamenti muscolari, tenere in ordine dei ritmi e dei cicli fisiologici: queste e altre funzioni sono il prodotto del sistema nervoso! Vigila sui nostri livelli di energia: se ce n’è troppa da una parte, non ne abbiamo in un’altra e siamo squilibrati (in senso letterale e metaforico).

Ecco come gran parte dell’attività del cervello e dell’intero sistema nervoso avviene a nostra insaputa, al di sotto di ciò che chiamiamo consapevolezza: capire le esigenze del corpo momento per momento, essere pronti per quello che accadrà tra un millisecondo ed eseguire un piano per soddisfarle in anticipo.

Per esempio, ogni mattina al nostro risveglio, il sistema nervoso prevede l’energia di cui avremo bisogno per alzarci dal letto e iniziare la giornata. Così fa in modo che una quantità definita dell’ormone cortisolo si riversi nel torrente sanguigno, così da favorire, a cascata, la disponibilità di glucosio (noto ai più come “lo zucchero”) per ottenere rapida energia. Energia… di nuovo…

Conto in rosso, bandiera bianca: la gestione del corpo da parte del nostro sistema nervoso

Il nostro sistema nervoso gestisce il corpo grazie a una sorta di “conto economico”: tiene traccia delle risorse in riserva rispetto a quelle da investire per le nostre ordinarie attività.

Se parliamo di funzioni fisiche, tangibili, ci viene più facile pensare a come il cervello supervisioni il tutto.

Il concetto di “conto”, con i relativi depositi e prelievi, risulta invece impalpabile quando consideriamo i comportamenti del nostro intero sistema mente-corpo.

Eppure è realtà: ogni pensiero, ogni sensazione di felicità, rabbia, soggezione che proviamo, gentilezza che offriamo, insulto che urliamo, è il risultato dei “calcoli” del cervello.

Questa funzione dell’attività del sistema nervoso ha molte implicazioni per farci comprendere noi stessi.

Intanto il pensare, attività molto ammirata ed esaltata, a cui tentiamo di aggrapparci come Linus alla sua coperta, nell’evoluzione viene molti millenni dopo il percepire, il rispondere d’impulso a uno stimolo e il “sentire”.

E poi, il pensiero non ha (e non dovrebbe avere) più dignità dell’acquisizione d’informazioni dall’ambiente e del provare emozioni. Insieme, queste tre componenti costituiscono il sistema di “percezione-reazione” e danno forma alle nostre vite.

Se sopprimiamo o inibiamo l’espressione di una di queste componenti, le nostre esperienze risultano impoverite e siamo meno efficaci di quanto sarebbe invece possibile. E invece…

Noi umani siamo trasduttori di energia, proprio come gli altri esseri viventi

E invece, si sente spesso parlare con sospetto di una persona “che si emoziona” o è “troppo sensibile”. Nel mondo del lavoro, poi, queste caratteristiche vengono additate quasi come una colpa.

Sia chiaro, gli eccessi non vanno mai bene: se è vero, come diceva Paracelso, che “Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto”, questo vale sia per le emozioni sia per la razionalità. Essere schiavi delle proprie emozioni è un’attitudine tanto molesta quanto la tendenza a iper-analizzare e all’iper-vigilanza rispetto agli stimoli.

Faremmo bene a renderci conto che, in fondo, noi umani siamo solo dei trasduttori di energia: la prendiamo dall’ambiente e nell’ambiente la rimandiamo. Proprio come tutti gli altri esseri viventi.

Questo diceva il mio professore di Psico-Biologia all’università. Nei momenti di difficoltà ripenso spesso a questo romanticismo buttato alle ortiche di cui fu protagonista il docente, che però ha lasciato un segno importante nella mia vita: la consapevolezza che, nonostante le mirabilie e il loro contrario, anche, che noi umani abbiamo fatto su questa terra, alla fine siamo dei trasduttori di energia. Magari questo pensiero aiuta, ci ridimensiona, ci fa concentrare e ci può dare sollievo.