di Walter Allievi

Non puoi chiedere a qualcuno di fare qualcosa che tu stesso non sei in grado di fare.

Eccoci arrivati alla terza e ultima puntata della mia rubrica sul mental training sportivo (e non). Negli scorsi due articoli ho dato un quadro generale di contesto rispetto al mental training, altrimenti detto performance coaching e ho introdotto la metafora della ricetta di cucina per la performance (servono quindi: gli strumenti, il processo, gli strumenti, il Cuoco).

Come scrivevo, in termini generali, una sessione di mental training si divide in tre fasi:

  1. L’individuazione e l’analisi del problema, inteso come elemento bloccante o interferenza interna;
  2. L’elaborazione, da parte dell’atleta (col supporto del Coach nel processo), della soluzione, sia essa una nuova strategia o credenza;
  3. L’installazione (per usare un’espressione del mondo dell’informatica) della soluzione nella mente dell’atleta.

La prima fase, cioè quella dell’analisi, è la più importante e su questa ho già scritto, dedicando in particolare del tempo all’arte di fare domande e allo strumento del metamodello.

Oltre al saper fare domande, all’analisi della componente verbale e all’ascolto attivo vi sono altri strumenti a cui ho accennato e che vale la pena qui di rivedere. In particolare:

  • Saper osservare gli accessi oculari per individuare la “posizione nello spazio” delle immagini mentali;
  • Saper aspettare di aver raccolto le informazioni veramente rilevanti, senza fermarsi subito al primo indizio (tanto ho già capito …);
  • Evitare di proporre la propria soluzione;
  • Sospendere il giudizio ed entrare in modalità “ascolto sinceramente interessato”.

Strumento 1. Posizionare le immagini nello spazio

Avete presente quando una persona pensando al suo futuro guarda lontano davanti a sé? Ecco, il concetto è proprio quello. Quando raccontiamo qualcosa, sia esso un ricordo o un sogno futuro, i nostri occhi indicano in una particolare direzione.

Non stiamo realmente guardando, nel senso che lo sguardo è effettivamente defocalizzato, potremmo dire sfocato. Stiamo in realtà visualizzando internamente e “guardiamo” con gli occhi interni un’immagine che si posiziona da qualche parte nello spazio di fronte a noi (per lo meno generalmente) e che stiamo “proiettando” su uno schermo immaginario.

Ecco, prendere nota di dove la persona guarda è importante, perché anche qui vi possono essere ricorrenze e incongruenze. Se una persona vi parla di un “grande sogno” che ha e lo fa guardando un punto vicino a se e in basso, è in qualche modo un segnale da tener presente, una potenziale incongruenza (non è detto ma può esserlo).

Generalmente, quando abbiamo un “grande sogno”, è da qualche parte davanti a noi, magari anche leggermente in alto, e magari anche lontano. In qualche modo ci sta facendo tenere la testa alta. Non è detto che questo sia sempre vero, quello che per un Mental Trainer è importante è “calibrare”, cioè associare a tipologie di immagini interiori (ricordi lontani, recenti, futuro sognato) la posizione degli occhi e la mimica facciale correlata, in modo da notare possibili incongruenze fra un racconto teoricamente “bello” e uno sguardo e una mimica “brutte”.

Mi è capitato con un atleta, che stava passando un momento di demotivazione, di sentirlo parlare del suo sport guardando sempre in basso, con l’occhio un po’ spento, per poi ravvivarsi immediatamente quando parlava di un’altra passione per cui, oltre a cambiare la mimica facciale guardava, in alto e lontano.

Questo è un segnale molto importante, ti fa capire che c’è qualcosa che potrebbe non tornare e quindi ti fa indagare ulteriormente. La mia “indagine” ha fatto emergere una forte crisi di motivazione interna che ha portato in questo caso (ahimè) all’abbandono dell’attività sportiva.

Strumento 2. Saper aspettare

Saper attendere per un Mental Trainer è fondamentale, con l’esperienza acquisita sia come Trainer sia come Atleta, posso sostenere che a volte corriamo il rischio di proporre soluzioni senza aver capito davvero il problema, all’insegna del “tanto ho già capito”.

Il rischio è di confondere, ad esempio, un problema di strategia mentale (cosa penso e quando penso nell’attimo) con un problema di demotivazione, oppure un problema di demotivazione con una ben diversa paura di sbagliare ed esser giudicati. Insomma, prima di lavorare sulle soluzioni, dobbiamo scavare, scavare e scavare.

Strumento 3. Evitare di proporre la propria soluzione

Del tipo “allora, prima della gara ti conviene visualizzare questa immagine e dirti queste cose”… Non funzionerà mai altrettanto bene quanto la situazione in cui è l’atleta a decidere cosa visualizzare e cosa dirsi.

Certe scelte devono essere esclusivamente dell’Atleta. Il Mental Trainer deve solo aiutare l’Atleta a prendere consapevolezza del problema e fornirgli strumenti e processi per risolverlo.

Strumento 4. Sospendere il giudizio e ascoltare in modo “sinceramente interessato”.

Questa per il sottoscritto è una delle parti più complesse. È facile incorrere internamente in frasi del tipo “ma non vedi che ti stai rovinando da solo”… oppure “non ti accorgi che sono i tuoi genitori che ti stanno caricando di responsabilità e per quello non performi” per arrivare anche a giudizi molto più taglienti…

In breve, quando giudichiamo, cambiamo il nostro stato emotivo interno, non ascoltiamo più serenamente e filtriamo ciò che ci è detto attraverso il nostro giudizio.

Ciò non permette di comprendere a fondo ciò che sta dicendo l’Atleta e ci spinge a proporre soluzioni che andrebbero bene, magari, per noi se fossimo in quella situazione ma non per l’atleta stesso.

Come si fa a non giudicare? Semplice e difficile al contempo, significa accorgersi di aver un pensiero di valutazione rispetto a qualcosa che ci viene detto. Valutiamo positivamente o negativamente una frase altrui rispetto al nostro set di valori e credenze.

Questo porta a distorsioni e, inevitabilmente, a incomprensioni. Occorre, quindi, zittire la vocina interna che abbiamo e forzarci a metterci nei panni dell’altro. Dobbiamo capire come lui (o lei) pensa, non cosa noi faremmo al posto suo.

L’elaborazione della soluzione da parte dell’atleta

Una volta fatta l’analisi, si passa all’effettiva soluzione. Ciò che è sorprendente è che il più delle volte, fatta bene l’analisi, il problema è già sostanzialmente risolto. Ciò nonostante è buona pratica fare anche questa fase. Vediamo in cosa consiste.

Che sia la definizione di un obiettivo o la creazione di una nuova strategia di pensiero, ad esempio una routine di visualizzazione pre-competizione, in questa fase il Mental Trainer aiuta l’atleta a disegnarla passo passo, sempre attraverso l’uso delle domande.

Se si tratta, ad esempio, di della routine pre-gara si lavora assieme sul disegno della sequenza di azioni, immagini mentali, parole o frasi, cicli di respirazione necessari per entrare nello stato desiderato e utile per performare al meglio.

La routine potrebbe partire da quando un atleta prepara la borsa, la cura con cui ripone il materiale, cosa immagina una volta chiusa la borsa, la musica che ascolta nel percorso fino alla gara, le immagini che decide di utilizzare e le parole a esse associate, andando a individuare una sequenza precisa che viene provata assieme.

Il Mental Trainer in questa fase ripercorre con l’Atleta tutto il processo e, come una voce narrante, lo guida attraverso di esso in modo che l’Atleta lo possa vivere nella mente. Si tratta sostanzialmente di una visualizzazione guidata: un vero e proprio script creato ad hoc per l’atleta.

Il ruolo del Mental Trainer in questa fase oltre che di guida, attraverso la propria voce, è di osservatore, in particolare di tutti i segnali che la persona manda durante la visualizzazione guidata come, ad esempio, cambio di respirazione, postura, mimica facciale e così via. È fondamentale che l’atleta entri in uno stato congruente con quello necessario per la performance e, quindi, il feedback sensoriale è fondamentale per capire se siamo sulla strada giusta.

L’atleta in questa fase entra in un leggero stato alterato di coscienza, detta anche trance, simile a quello che possiamo notare negli sciatori, in attesa di partire in coda al cancelletto di partenza, mentre stanno visualizzando la pista, che da lì a poco andranno a fare.

L’atleta rivive a occhi chiusi la pista che ha già fatto e ne vive le sensazioni arrivando a provarle a livello fisico. È, infatti, facile vedere questi atleti che si muovono come se facessero le curve, anche se sono in piedi in prossimità del cancelletto e a occhi chiusi.

L’installazione della soluzione nella mente dell’Atleta

In ipnosi si usa il termine “installazione”, un po’ come se installassimo del software in un PC. L’idea è se facciamo entrare in stato di trance una persona in modo un po’ più profondo rispetto alla fase due e la guidiamo nella visualizzazione dando anche ulteriori rinforzi.

Queste nuove routine si installeranno più a fondo perché, quando siamo in trance, la mente conscia si ferma e il Mental Trainer è in grado di parlare direttamente con la mente inconscia (passatemi la semplificazione), che, poi, è quella che effettivamente agisce quando siamo in stato di Flow[1].

In pratica, la mente conscia è quella che pensa, la mente inconscia è quella che fa. È a quest’ultima che miriamo quando facciamo questo tipo di attività.

Ho, così, a grandi linee completato la mia ricetta.

Manca “solamente” il Cuoco, cioè il Coach detto anche Mental Trainer…

Sul Coach dovremmo aprire un capitolo totalmente nuovo…

Quali sono le competenze del Mental Trainer?

Non è un argomento che voglio affrontare in questo articolo. Mi limito a scrivere che il nostro mondo è in continua evoluzione e le strade di ingresso sono molteplici.

I Mental Trainer arrivano sia dal mondo dello Sport sia dal mondo della Psicologia, con competenze che si sovrappongono spesso e altre che divergono.

Un buon Mental Trainer deve avere competenze psicologiche, sportive, di ipnosi, di intelligenza emotiva, di comunicazione e tante altre… Tutte sono importanti.

Dal mio punto di vista, solo uno è il requisito indispensabile, a prescindere dalla tipologia di preparazione accademica (che è necessaria), cioè aver provato gli stati in cui si vuole far entrare l’atleta e, quindi, esserlo stato noi stessi, almeno a un certo livello.

Per aiutare una persona a entrare in un certo stato, ci devi entrare anche tu e non puoi chiedere a qualcuno di fare qualcosa che tu stesso non sei in grado di fare. D’altronde, voi andreste da un dietologo sovrappeso e grande bevitore? Io, personalmente, mi rivolgerei altrove…


[1] In psicologia, il flusso (in inglese flow), o esperienza ottimale (spesso citato come trance agonistica nel linguaggio sportivo), è uno stato di coscienza in cui la persona è completamente immersa in un’attività.

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