di Silvia Vernuccio

Il soffitto, bianco — le pareti, grigie.
I mobili dell’infanzia, una voce familiare che mi chiama da lontano.
Occhi.
I miei occhi sulla finestra, la solita finestra conosciuta. La finestra, un salvagente in una stanza-oceano dove è sempre troppo buio — sempre, tranne durante la notte.
Nessuno sa che per un certo periodo la mia vecchia camera è stata come un loculo in un cimitero.
Occhi.
I miei occhi si posano sulle pareti del vecchio loculo, e ancora più in là; i miei occhi sulla dannata benedetta finestra, e più in là ancora.
Eccola — eccola lì — la tenda lunga che non ho mai messo in discussione.
La tenda di cui è così difficile rendersi conto, il motivo, la ragione del buio. Data per scontata fino al sacro banale momento in cui infine mi accorgo di lei.
La tenda.
Non una tenda curiosa, né fuori dal comune; solo una tenda bianca e insipida, il tanto che basta per passare inosservata fino a oggi.
Sono così certi pensieri, certe relazioni, certe abitudini: una tenda che copre la finestra da cui il mondo ogni mattina cerca disperatamente di entrare.
Ma sai una cosa?
Per quanto si possa sbagliare, c’è una trasparenza che non si cancella, non si dimentica né si è capaci tanto a lungo di ignorare.
Perciò mi alzo.
Mi alzo e scosto la tenda con la mia mano e guardo fuori finalmente e finalmente, proprio adesso, mi sto chiedendo —
ora che ho capito
di poter scegliere
a cosa deciderò
di dare il permesso
di entrare?

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