di Giada Ales

Siamo sicuri che la noia abbia solo un’accezione negativa?

“Io mi annoio”… Se chiedete a un gifted cos’è la prima cosa che ricorda di quando andava a scuola, molto probabilmente vi sentirete rispondere: la noia.

E se agli adulti che sono stati quei bambini e quelle bambine chiedete cosa più di tutto li deprime al lavoro vi sentirete rispondere quasi sicuramente ancora: la noia.

La noia di per sé non è un fattore negativo della vita, se visto per ciò che è, ovvero un forte desiderio di fare altro, di veder soddisfatti bisogni e curiosità, di avere la possibilità di perseguire un obiettivo.

Una persona plusdotata si può sentire annoiata in un lavoro ripetitivo, o nel riordinare le fatture, oppure perché sta leggendo il manuale d’istruzione di un’aspirapolvere. Qualsiasi sia il motivo, quella noia ha però il potenziale di motivarla al cambiamento.

Mi annoio, e allora creo!

Humphrey Potter, all’età di 11 anni, fu messo a lavorare ad una prima versione del motore a vapore. Il suo compito era semplice ma terribilmente noioso anche per il 1713: doveva aprire una valvola, aspettare il successivo momento critico e poi chiuderne un’altra. Probabilmente spinto dall’esasperazione, Potter intuì che fissando delle corde ad un bilanciere avrebbe trasmesso direttamente il movimento alle valvole, senza doverlo più fare manualmente. La noia, quindi, gli permise non solo di cambiare il suo modo di lavorare ma diede una spinta innovativa alla tecnologia del motore a vapore.

Non annoiarsi per un gifted non è semplicemente fare qualcosa di diverso, che si tratti di una nuova tecnologia o di andare ad imbrattare i muri del quartiere, ovvero attività fine a se stesse. Ciò che si rende necessario per una persona neurodiversa è attuare un cambiamento nel modo in cui si può connettere con il mondo. La noia avverte, in sostanza, della necessità di cercare attività che nascano e diano espressione alla curiosità, alla creatività e alla passione che un gifted sa mettere in ciò che fa.

Di fronte agli infiniti pensieri di incertezza, alla profonda percezione di sé stessi come sbagliati, spesso è necessario mettersi a cercare quel singolo input che permette di saltare dall’altra parte del muro, chiedendosi, dopo aver esaurito tutte le opzioni: cos’altro posso provare che ancora non ho visto?

Portare avanti le proprie idee, al di là di tutto

Nathan Paul Myhrvold, classe 1959, è l’ex Chief Technology Officer di Microsoft, co-inventore di 17 brevetti statunitensi presso Microsoft e co-inventore di oltre 900 altri brevetti statunitensi rilasciati alla sua società e alle sue affiliate.  Oltre a lavorare nel campo della matematica, della geofisica, della fisica spaziale e dell’energia, ad avere inventato un nuovo tipo di reattore nucleare e ad aver lavorato con Stephen Hawking presso l’Università di Cambridge, ha scritto libri di cucina dopo aver conseguito un prestigioso diploma culinario e compie ricerche sui dinosauri e gli asteroidi (fonte Wikipedia).

Intelligenza, titoli e successi a parte, quello che mi ha colpito della storia di Myhrvold si riassume in due concetti fondamentali:

  • Le sue capacità di inventore si esprimono proprio grazie alle combinazioni di idee che apparentemente si escludono a vicenda, in una nuova intersezione che porta alla luce una terza identità, che unisce gli aspetti di due cose in una che, in definitiva, è la sinergia di entrambe.
  • Come lui stesso afferma, imparare cose nuove è complesso. Ci si può sentire confusi, frustrati e pensare di essere davvero molto stupidi perché non si riesce a comprendere subito tutto. Ma per poter essere creativi, è necessario essere disposti a sbagliare. E a sostenere le proprie ragioni quando tutti intorno a te pensano che tu abbia torto.

Non temere il fallimento! La neurodiversità può trasformare il mondo

Per nulla facile, tra l’altro. Perché il nostro cervello cerca sempre di risparmiare energia percorrendo in automatico traiettorie neurologiche che ci portano alle prime scelte più ovvie e al percorso con minor resistenza possibile. La creatività come antidoto alla noia emerge invece quando andiamo più a fondo, quando scaviamo alla ricerca di soluzioni che non sono così evidenti, per magari accorgerci che intraprendere una carriera parallela a quella che già abbiamo (e provare quella modestia di non essere sempre bravi in tutto che regala il gusto di guadagnarsi i propri successi) è esattamente quello che ci serve in questo momento, o che per creare una nuova tecnologia possiamo ripensare un gioco della nostra infanzia.

C’è necessità di perseguire un equilibrio in tutto questo, tra ciò che si è sempre fatto e che alla fine procura noia, e la ricerca del nuovo e dell’avventura, di rendersi consapevoli che se si realizza qualcosa di familiare, di troppo noioso, il mondo nel frattempo andrà oltre. Ma che allo stesso tempo, se quel qualcosa è troppo folle nessuno avrà ancora gli strumenti per comprenderlo. E dalla trappola di pensarsi sbagliati in questi due poli estremi, sta proprio ai gifted emergere superando i limiti che, spesso, sono i primi ad imporsi.

E se in tutto questo proprio questo cervello neurodivergente metterà in atto un altro freno a mano – la paura del fallimento – l’unica soluzione è fare esattamente l’opposto: smettere di avere paura del fallimento ricordandosi che è proprio dalla neurodiversità che può nascere la possibilità di cambiare la vita delle persone e di trasformare il mondo.

Non dire semplicemente “mi annoio” ma impara ad ascoltarti

Stiamo vivendo un’epoca con un potenziale creativo con pochi precedenti. In cui la velocità è tale che alcuni dei lavori che ci saranno tra venti o trent’anni oggi non hanno ancora un nome. Per esserci in quel futuro e per consegnarlo ai nostri figli e nipoti, per dar loro la possibilità di avere successo, la creatività neurodiversa è probabilmente lo strumento trasformativo più potente che abbiamo. E in questo senso, trarre vantaggio dal nostro essere umani assume il significato di mettersi in ascolto attivo di quelle persone che sono nate con la potenzialità di creare questo cambiamento, di rendere tangibile ciò che ora – forse – riusciamo solo ad immaginare.