di Anita Alberti

Da dopo la laurea, discussa a febbraio di quest’anno, ho iniziato a iscrivermi a vari gruppi Facebook legati ad ansia, panico depressione, un po’ per vedere cosa si
scriveva, un po’ per indagine-ricerca sul campo.

Volevo capire come stavano le altre persone e se avessero le mie stesse sensazioni. Si può dire che ci sono linee generali di sintomi, ma tutti declinati in modo soggettivo: io, per esempio, non soffro di una così forte cervicalgia da farmi avere frequenti capogiri, né ho disturbi del sonno, al contrario di altri.
Mi sono resa conto che da una parte c’è lo studio sui libri di questo fenomeno e dall’altra c’è il leggere le risposte, o considerazioni, delle persone sui loro stati d’animo, paure, angosce.

In un certo senso, ho toccato con mano la realtà e non si ha idea di quanta gente ne soffra, finché non se ne viene a contatto direttamente.

Io stessa, in passato, ho avuto attacchi di panico, ho sofferto di stati ansiogeni… penso più o meno tutti, chi più, chi meno, chi prima, chi poi.

La paura ancestrale e l’ansia che ne deriva

Non dobbiamo dimenticare che, la paura per certe situazioni, in noi è ancestrale, perché, se siamo arrivati fino ad oggi, è proprio grazie al meccanismo di attacco e fuga generato dalla percezione di essere di fronte a un potenziale pericolo. Non solo di attacco e fuga, ma anche “freezing”, cioè congelamento.

Come mai l’oppossum si finge morto di fronte ad un orso, o altro animale predatore? Per due motivi: per salvare la pelle e non essere cacciato e perché l’orso non mangia carcasse, ma caccia animali vivi. Lo stesso dicasi per i gatti, ma non per i cani, che invece si cibano talvolta di resti animali morti.

Inoltre, la situazione contingente in cui ci siamo trovati recentemente a vivere non ha aiutato per nulla, gioco-forza ci siamo dovuti tutti adeguare.

Non entro nel merito di eventuali altre letture, limito a osservare quanto accaduto, che sicuramente è andato ad inficiare e a rendere situazioni precarie, ancora più precarie talvolta, oppure a stabilizzare quelle che già lo erano molto.
Voglio dire che in persone con una certa sensibilità, si sono manifestati sintomi tipici dell’ansia, che è diventata così davvero più evidente, tanto da prenderne consapevolezza.

La consapevolezza! Essere coscienti di quanto stiamo vivendo, come lo stiamo vivendo e dove percepiamo nel corpo una certa emozione, a volte, è davvero una rivelazione, soprattutto capire cosa scatena in noi.

Pensiamo sempre che mente e corpo siano entità separate, come ad esempio le barre in metallo dei binari del treno, che sono paralleli, ma non si incontrano mai.

Questo è anche un retaggio della nostra cultura occidentale, gli orientali, invece, sono da sempre più attenti e li vedono uniti, cioè un qualcosa di sistemico, in cui ogni parte influenza ed è influenzata dall’altra. Sembra incredibile, ma è così!

Che ansia le incombenze quotidiane!

Noi viviamo tutti i giorni secondo una lista di incombenze da portare a termine, se non lo facciamo non siamo “bravi, produttivi, non facciamo il nostro dovere”, così sorgono i vari sensi di colpa.

Sentiamo la vocina dentro che ci rimprovera, per cui ci affanniamo, in una corsa contro il tempo, a portare a termine tutto e, ovviamente, al top della performance. Perché c’è anche questo, oltre al tempo, la performance!

Non consideriamo che, magari, un attimo di pausa, ogni tanto, ce lo dobbiamo prendere, altrimenti sarà il nostro corpo ad imporcelo, che si voglia o meno!

Per cui ci ritroviamo a letto bloccati con la schiena, con la cervicale che è infiammata, le spalle doloranti, capogiri, ansia ed angoscia che sorgono, perché abbiamo/dobbiamo fare tante cose e siamo lì, a letto, a perdere tempo!

Quante volte ti sei sentito così, in colpa perché ti stavi riposando, magari la tua vocina interiore riproponeva l’affermazione di un qualche membro della tua famiglia che ti rimproverava perché ti vedeva pigro sul divano per un pomeriggio. Quando in realtà ti stavi riposando?

Un percorso per tornare a essere padroni della propria vita

Per questo ho voluto creare un percorso di 10 settimane per tutte quelle professioniste che amano follemente il loro lavoro ma che si ritrovano a essere una sorta di criceti nella ruota e non possono scendere nemmeno per bere e riposare a prendere fiato.

L’obiettivo è quello di tornare a essere padrone della propria vita, riuscire a fare ancora il giocoliere, tenendo in piedi, con efficacia ed efficienza, tutte le attività lavorative e non solo: famiglia, interessi… senza per questo dimenticarsi di respirare, nel frattempo, e senza sentirsi in colpa, se ci si vuole fermare un attimo, per ricaricare le energie ed essere ancora più produttive il giorno dopo!

Non c’è soddisfazione più grande quando le persone che lavorano con te ti ringraziano, perché magari sono riuscite a guidare ancora a Roma, nel traffico, dopo tre anni che non accadeva più!