di Andrea Ferazzoli 

Scrivo per passione, da sempre, ma non me ne sono accorto subito.

Poi è giunto il 2014, ed ho pubblicato il primo romanzo.

“Bene, questo è un altro che si improvvisa scrittore” penserà il lettore di questo mio contributo.

Eh, no; per lo stesso motivo per cui non è sufficiente strimpellare la chitarra per divenire cantautore.

La scrittura è una cosa seria: pregna di responsabilità, densa di significanti, puntuale nel vocabolo ed elegante nelle sue regole stilistiche e grammaticali.

Mi ero così tanto affezionato alla scrittura e ai generi tradizionali che – alla pubblicazione del mio quarto libro nel 2019, e conseguiti i miei premi letterari – ho perso l’entusiasmo, la linfa creativa e lo stimolo a procedere, a stilare il canovaccio dell’ulteriore progetto che per due anni, di fatto, non ha mai avuto genesi.

Per due lunghi anni, dunque, ho scritto poco e niente; svogliato, innanzi alla pagina bianca come fosse uno di quei temi di liceo per cui era necessario riempire almeno le due colonne del foglio protocollo, piegato a metà, prima della consegna al prof.

Mi sono dedicato ad altro, e con altrettanto entusiasmo.

Però c’era lei, in disparte, trascurata, mortificata dal vuoto creativo che non riuscivo a colmare.

Immaginate di percorrere una lunga ferrovia che fiancheggi le rive del mare, senza mai tuffarvici dentro, a quel mare; ne potrete ammirare la bellezza dal vostro vagone, vedere le onde che si infrangono sulla riva, e persino emozionarvi che al tramonto il sole si adagi su quella linea che demarca cielo e terra.

Eppure resterete nel vostro vagone, sul vostro treno, chiedendovi come sarebbe tornare a nuotarci.

La scoperta della scrittura fluida, e della scrittura sui social

Giungo ai giorni nostri, o poco prima: triste autunno, brutto inverno, malinconico Natale, per i motivi noti a tutto il pianeta.

E accadono due cose, anzi tre:

  • la prima è che ho molto tempo per ricercarmi,
  • la seconda è che scrivo un racconto che vince un premio letterario qualche giorno fa,
  • e la terza – quella rivoluzionaria, per me – è che leggo un libro che mi apre un mondo.

Un libro che mi racconta di quanto oggi sia fondamentale e preziosa la condivisione di contenuti sui social.

«No, scusa, mi ripeti?!» risponde il mio amico, alla notizia.

Sì, sono rimasto incuriosito da questo libro che parla di social media expert, che dopo qualche pagina ho dedotto non si riferisse ad una promozione di elettrodomestici.

Improvvisamente mi trovo faccia a faccia col mio pregiudizio: “Ma vuoi scherzare, Andrea? I social? Ma tu sei uno scrittore profondo, emotivo, poetico, mica vorrai metterti a postare contenuti su feisbuc?! Al limite lì ci metti una foto al mare o della pasta e fagioli che hai cucinato domenica, a pranzo”.

Poi, piano piano, anche supportato dalle eccelse competenze di qualcuno di famiglia, ho iniziato a documentarmi, ed in brevissimo tempo ho letto un altro libro, in una notte, e quest’ultimo mi ha illuminato, incuriosito, motivato, spronato: un libro sulle abilità, le capacità, la creatività ed il talento del copywriter.

Il mio pregiudizio si stava scardinando giorno dopo giorno, velocemente: la mia scrittura ha preso da subito una direzione ed una forma nuove; ho ripreso a scrivere con la potenza dell’incontenibile magma che fuoriesce dalle crepe del vulcano, ma questa volta sui social, e sul mio blog.

Attualmente sto scrivendo per voi che mi auguro leggerete, mi sto documentando su altri web magazine cui apportare il mio modesto contributo; scrivo ogni giorno, cerco contatti e reti di professionisti per nutrirmi delle loro esperienze: copywriter, web content, scrittori, web writer e art director, per avere confronti, suggerimenti, consigli.

E la cosa più bella è che mi sono inscritto ad un corso di storytelling presso la Holden di Torino.

“Ho capito, vabbè! Quindi?” – rilancerà il solito lettore di cui sopra.

I tempi si evolvono anche per la scrittura ed è un continuo imparare!

E quindi ho compreso che la scrittura – quella che si ritiene tale perché convogliata in uno scritto letterario di tipo tradizionale come un romanzo o un saggio – può assumere varie vesti, varie forme; come se dal fiume principale si dipanassero decine e decine di torrenti con altrettanti corsi fluviali trasparenti, cristallini e nutritivi.

Fuor di metafora, voglio semplicemente dire che i tempi evolvono, che le necessità di comunicazione e interconnessione contemporanee possono suggerire modalità di scrittura che potranno apparirci anche contraddittorie, ostili e persino sterili, e questo è stato il mio pregiudizio.

Come se la scrittura dei miei romanzi avesse un pregio diverso e privilegiato rispetto al solo vocabolo utilizzato per una comunicazione sui media, che – al contrario – se frutto di qualità, professionalità e talento, assume la stessa valenza, la stessa pregnanza, l’enorme spessore e capienza di significato di un intero romanzo.

Siamo spesso imbrigliati a voler privilegiare ciò che conosciamo, che ci rende più sicuri nella manifestazione delle nostre abilità e tendiamo a considerare il meglio o il peggio – dinamica consuetudinaria della dualità – rispetto a ciò che il dogma ci riferisce come migliore, come assunto per buono e per bello dalla cultura collettiva tradizionale, appunto.

Al contrario, avete mai provato a chiedervi cosa c’è dietro un inciso pubblicitario di spessore, di valore? Cosa e quante persone occorrano per lasciarvi stupiti o emozionarvi nel racconto delle storie che leggete o vedete in tv? Riuscite ad immaginare quante e quali tecniche linguistiche occorrano per sintetizzare un’emozione, uno stato d’animo, un prodotto, un servizio? E quanta fatica per proporvi un brevissimo video di impatto emotivo?

Ma soprattutto la parola magica che mi ha rassicurato nello sfaldamento del pregiudizio: creatività.

Potreste immaginare quanta ne occorra, quanto essa sia fondamentale per un web content, per un copywriter o uno storyteller?

Io non riuscivo, giuro; e sono rimasto stupito di quanto una parola – un solo meraviglioso vocabolo – possa essere utilizzato per esprimere un intero concetto che non basterebbe una pagina intera a descriverlo, magari sposato ad una fotografia o ad un sonoro, nella sintonia perfetta di pianeta e satellite.

Non che non utilizzassi termini ricercati e puntuali, io stesso, nella scrittura dei miei romanzi o dei miei racconti, ci mancherebbe; la vera rivoluzione, per il sottoscritto, è stata quella di trasferire tutto questo nel mondo dei social, che ritenevo terminasse laddove io mettessi un like.

Ed ancora: pensavo che sui social funzionasse l’occhio, l’apprezzamento veloce per la fotografia, che tanto oggi chi se ne importa di leggere quello che scrivo.

Mi sbagliavo, fasciavo l’erba in unico spago, ritenendo che tutto fosse fungibile, ed invece ci sono social e social, contatti e contatti, parole e parole, foto e foto, video e video.

Le persone leggono, eccome; la parola coinvolge ancora, affascina, emoziona, scalda, esprime, vive, purché abbia qualcosa da dire, purché essa mi induca ad una riflessione, ad un risultato, ad una ricerca, ad una perplessità, ad un dubbio.

“Benissimo, finalmente hai scelto quello che farai da grande, giusto?” – sempre lui, eh.

No, non ho scelto, ché se scegliessi mi definirei, ed io non voglio essere nel perimetro della definizione.

Oggi so che amo ancor più le parole, che le rispetto, e che queste – come il cambio d’abito delle stagioni – possono vestire forme e funzioni differenti, con ornamenti ed accessori ortografici nuovi e circostanziati, ugualmente dignitose se ponderate, se utilizzate con premura, rispetto, gentilezza, serietà e professionalità.

Oggi potrei iniziare a scrivere il mio prossimo romanzo, o il mio prossimo post; non voglio restare appiccicato ad una immagine che mi rappresenti, che mi conferisca una cornice entro cui scrivere a metà, sentirmi frustrato.

E non lo faccio solo per me stesso.

Lo faccio per le parole, per la scrittura, per i vocaboli, per la tradizione e per la contemporaneità, per la sperimentazione, perché niente venga mortificato.

E sapeste che bello continuare a studiare, ad imparare, ad approfondire e ad apprendere.

Mi fa quasi dimenticare che ho quasi cinquant’anni e ancora molto da scrivere: con penna, calamaio, monitor e pc.