di Walter Allievi

Nel performance coaching, la flessibilità, unita a una forte competenza e preparazione, è la chiave di tutto.

Performance coaching: la metafora della ricetta

Eccoci alla seconda puntata sul mental training sportivo (e non). Nello scorso articolo ho dato un quadro generale di contesto rispetto al mental training, altrimenti detto performance coaching, e ho introdotto la metafora della ricetta di cucina per la performance, scrivendo che per ogni ricetta che si rispetti ci sono almeno quattro variabili fondamentali:

  • Gli ingredienti
  • Il processo
  • Gli strumenti
  • Il Cuoco

L’ingrediente, in questo caso, è uno solo: l’atleta, inserito nel suo contesto. Di questo ho già scritto nel primo numero di 78PAGINE. Ora vorrei affrontare la seconda variabile, il processo e, conseguentemente, la terza, gli strumenti utilizzati nelle varie fasi del processo.

Io descriverò quello che può essere definito un processo “standard” di performance coaching, una sorta di linea guida cui attenersi, sapendo che quando si lavora con gli esseri umani può accadere qualunque cosa e che la flessibilità, unita a una forte competenza e preparazione, è la chiave di tutto.

Le 3 fasi della sessione di performance coaching

In linea generale, una sessione di mental training si divide in tre fasi:

  1. L’individuazione e l’analisi del problema, inteso come elemento bloccante o interferenza interna;
  2. L’elaborazione, da parte dell’atleta (col supporto del Coach nel processo), della soluzione, sia essa una nuova strategia o credenza;
  3. L’installazione (per usare un’espressione del mondo dell’informatica) della soluzione nella mente dell’atleta.

Di queste tre fasi la più importante, sia in termini di tempo necessario sia di approfondimento, è senza dubbio la prima. Fatta bene l’analisi, spesso e volentieri, il problema si auto-risolve, nel senso che l’atleta già parlandone sviluppa la sua soluzione. Le altre due fasi servono, diciamo così, da rinforzo per quanto già consciamente sviluppato.

Una premessa importante va fatta sul cosiddetto “setting”. Una sessione di mental training non è una seduta di psicoterapia, non ci sono lettini, non c’è un paziente, non si scava nel passato.

Si lavora semplicemente sul processo mentale utilizzato da un atleta in una determinata situazione e lo si fa in un modo relativamente informale, entrambi seduti, e soprattutto con l’uso di un’arma forse inattesa in un contesto come questo, lo humor. Una sessione di mental training non solo può ma, da un certo punto di vista, deveessere divertente.

Non intendo che ci si debba necessariamente sbellicare dalle risate (anche se potrebbe accadere) ma sicuramente è importante che la chimica sviluppata dalla persona durante la sessione sia potenziante e che, quindi, le emozioni provate siano in maggioranza piacevoli in modo che quanto fatto si fissi al meglio nella mente e che vi sia la piena attivazione dei centri dell’attenzione.

Il Coach ha la necessità che, soprattutto a fine processo, l’emozione provata dal Coachee (colui che viene a fare la sessione) sia coerente con il nuovo stato desiderato, che dovrebbe essere potenziante e maggiormente funzionale rispetto allo stato al momento utilizzato nella situazione che si sta analizzando.

In questa fase lo strumento principe per eccellenza è quello delle domande, condite con abbondante spirito di osservazione e capacità di ascolto. Queste, in sintesi, sono le competenze necessarie:

  • Saper fare domande che permettano di passare da percezioni soggettive generiche a ricostruzione fedele, per quanto possibile, della realtà;
  • Saper osservare il non verbale (postura, respirazione, mimica facciale) per comprendere stati d’animo e congruenza fra ciò che è detto e ciò che è verosimilmente “sentito”;
  • Saper osservare gli accessi oculari per individuare la “posizione nello spazio” delle immagini mentali;
  • Saper ascoltare il verbale per cogliere quali filtri sono applicati fra cancellazioni, generalizzazioni e distorsioni;
  • Saper aspettare di aver raccolto le informazioni veramente rilevanti, senza fermarsi subito al primo indizio (tanto ho già capito …);
  • Evitare di proporre la propria soluzione;
  • Sospendere il giudizio ed entrare in modalità “ascolto sinceramente interessato”.

L’importanza della domanda e il Metamodello “come fai a saperlo?”

Entrando nel dettaglio di queste competenze, posso aggiungere che per fare domande che abbiano effetto vi sono alcuni accorgimenti da tenere ben presenti:

  • Come la domanda è costruita;
  • Come la domanda è detta (il paraverbale);
  • Le parole scelte nel fare la domanda.

Per ciò che concerne la costruzione delle domande, ci si basa soprattutto sul Metamodello sviluppato da Grinder e Bandler, con riferimento all’analisi del lavoro di Virginia Satir. Questa è una delle competenze di base, anche se fra le più complesse, del mondo PNL (programmazione neuro linguistica).

Nell’usare il Metamodello si ha come obiettivo quello di far emergere la cosiddetta “struttura profonda” dell’esperienza della persona, cioè identificare tutte quelle cancellazioni, distorsioni e generalizzazioni che una persona fa nel raccontare una sua esperienza.

La domanda che sta alla base del Metamodello è “come fai a saperlo?” o meglio ancora “sulla base di quali elementi concreti ed evidenze reali sostieni ciò che dici?”. Per esempio, se un atleta dice “ogni volta che c’è un punto importante mi viene agitazione” sta comunicando pochissime informazioni su ciò che sta vivendo in quello specifico momento, in cui prova una certa emozione.

Più elementi di questa frase possono essere indagati.

Ogni volta: quando, nello specifico?

Se l’atleta ha già vinto qualche gara (il che, soprattutto se è in età adulta, è molto probabile) è possibile indagare quali siano realmente quei punti che ha perso e cosa è accaduto in quei momenti per poi, in una fase successiva, portare la sua attenzione su quei punti importanti che, probabilmente, ha vinto.

Già solo questo sarà sufficiente per fargli capire che solo alcuni punti particolari lo mettono in crisi e che, quindi, sono quelli su cui ci si deve concentrare (sapere quali punti importanti gioca bene ci tornerà utile in un secondo momento).

Punto importante: quando un punto è importante? Che cosa accade nella mente quando il punto è importante? Che cosa vedi, senti, ti dici? Che cosa differenzia il punto importante da quello non importante? Per chi è importante? Il che apre anche la strada a “che cosa è importante per te”. Questo è un altro elemento spesso degno di indagine …

Mi viene agitazione: come fai a dire che è agitazione? Che cosa provi, nello specifico? Il che permette alla persona di assegnare un nome preciso a ciò che prova e riconoscerlo. Può anche essere utile utilizzare, in un secondo momento, un reframe (o reincorniciamento) individuando un nuovo nome per l’emozione, con una connotazione, magari, più utile al contesto (es: da agitazione a eccitazione).

Le domande possono essere, poi, utilizzate per proiettare la persona in differenti scenari del futuro, come ad esempio le “domande cartesiane”. Queste riguardano già la fase successiva del processo e ne parlerò nel prossimo articolo.

Attenzione al parafernale: tono, volume, tempo e ritmo della voce

Bisogna, inoltre, prestare attenzione al paraverbale della domanda, intendendo per paraverbale tutto ciò che attiene all’uso della voce: tono, volume, tempo, ritmo, inflessioni di vario tipo. Ora, usare del testo scritto per parlare di suoni non mi semplifica il lavoro … Vi invito, quindi, a fare questo esperimento.

Prendete la domanda “cosa è importante per te?” e ponetela a qualcuno mettendo l’accento, con la voce, sulle differenti parti di questa domanda. Per sottolineatura (detta anche marcatura analogica) intendo rallentare e abbassare (come tono, non volume) la voce su una parola “specifica”. La stessa frase di cui sopra può, quindi, diventare:

  • COSA è importante per te? Indugiando sul “cosa”;
  • Cosa E’ IMPORTANTE … per te, indugiando su “è importante”;
  • Cosa è importante … PER TE, indugiando su “per te”.

La stessa domanda può essere ripetuta tre volte con le tre differenti inflessioni ottenendo tre risposte, almeno in parte, differenti e facendo riflettere la persona in modi diversi.

Il paraverbale in questa fase è, inoltre, molto delicato poiché utile per entrare in rapport[1] con l’altra persona, ricalcandone tono, volume e tutti gli altri elementi caratterizzanti della voce, al di là delle domande che facciamo. Usare una voce troppo “diversa” da quella del nostro interlocutore rende difficile l’entrarci in sintonia, il che non vuol dire diventar imitatori ma semplicemente avvicinarci, per quanto possibile, soprattutto in questa fase, alla modalità espressiva del nostro Coachee.

Le parole chiave o la parola chiave nel performance coaching

Altra questione importante è l’uso delle parole. In questo modello, che vi propongo, non si usa la parafrasi bensì le stesse parole chiave della persona.

Se un atleta vi dice che ha avuto un problema con il suo allenatore, voi non replicate chiedendo “cosa è andato storto?” ma proprio chiedendo “che problema hai avuto col tuo allenatore?” in modo da non inserire elementi di disturbo nel racconto. Un errore che spesso facciamo è cadere in presupposizioni e, così facendo spesso, inconsciamente sviamo l’altra persona.

Se un atleta dice “c’è stata una discussione in campo” e noi chiediamo “con chi hai litigato?” diamo alcune cose per scontate e ne modifichiamo altre:

  1. Che l’attore sia chi racconta (“hai litigato”), mentre magari lui ha solo osservato. Magari noi, conoscendone la sua indole irruenta, pensiamo che l’artefice sia lui;
  2. Che vi sia stato un litigio e non una discussione. Il litigio è solitamente più emotivamente coinvolgente della discussione e i due eventi, seppur simili, sono diversi.

Le domande possono spaziare dal “chi ha discusso con chi?” al “che cosa è successo?”. In breve, le nostre domande non devono contenere presupposizioni. In questa fase non c’è da intuire, solo da indagare.

Ultimo trucco del mestiere, ripetere semplicemente una parola “chiave”, di quelle dette dal nostro interlocutore. Ad esempio, l’atleta dice: “Domani affronterò un avversario che mi mette sempre in difficoltà”. Per indagare possiamo semplicemente limitarci a ripetere, con fare pensoso, la parola “difficoltà” e, poi, zittirci. Sarà il nostro interlocutore ad andare avanti a raccontare, come se lo avessimo magicamente invitato a parlare.

Articolo tratto dal n. 2 di 78PAGINE. Sfoglia tutta la rivista cartacea!