di Silvia Vernuccio

Il Piano B non è solo una riserva ma anche una tentazione

Nel mondo del coaching e della crescita personale si parla costantemente di obiettivi. Penso spesso agli obiettivi più importanti come ai piani A che ognuno di noi stabilisce nella propria vita.

I piani A sono poi seguiti, qualora qualcosa andasse storto, dalle seconde scelte — i piani B, a cui talvolta facciamo seguire piani C, D, e quante più lettere dell’alfabeto possano aiutarci a sentire che, in ogni caso, se qualcosa andasse male avremmo la possibilità di rialzarci in fretta con un’opzione di riserva.

Riserva: è questa la parola chiave che caratterizza il piano B. O almeno dovrebbe.

I piani B sono, una riserva. Molto spesso tuttavia, essi non si limitano a venire dopo i piani A — ma si affiancano loro pericolosamente, finché talvolta addirittura non li precedono.

Non perché il piano A non vada a buon fine, ma perché nel caos delle nostre emozioni, il piano B diventa una vera e propria tentazione: siamo talmente spaventati dal modo in cui il piano A potrebbe coinvolgerci, che iniziamo a considerare il piano B come una soffice nuvola su cui approdare ancor prima di cadere, qualcosa che ci porta, se non dove avremmo voluto arrivare, in un posto comunque di tutto rispetto che però non è la nostra prima scelta.

Non esistono solo i Piani A, e un buon Coach lo sa

Ho sempre trovato avvilente il modo in cui, nel mondo della crescita personale, la figura del Coach venga spesso stravolta nell’immagine stereotipata del “motivatore a tutti i costi”, quella persona che ispira gli altri a “crederci e crederci sempre”, quella del “no pain no gain”, quella del “se vuoi puoi”, quella per cui esistono solo piani A da raggiungere no matter what, senza considerare le fragilità emotive che potrebbero risvegliare in noi e su cui è giusto invece, a mio parere, soffermarsi.

In realtà le cose non sono così semplici, e un buon coach lo sa: io stessa ho fatto esperienza di quanto sia normale e anche frequente sentirsi in crisi proprio a causa di tutta la pressione che ricopre i piani A.

È normale che il Piano A faccia paura

Confesso che per molto tempo sono stata incredibilmente spaventata dai miei piani A: mi spaventava il fatto di doverli raggiungere senza aiuti, il fatto che fossero progetti ambiziosi, il fatto che nessuno che conoscessi avesse mai voluto niente di simile a quello che volevo io — mi spaventava il modo in cui mi facevano sentire.

Per tanto tempo ho avuto l’impressione che i miei piani A mi mangiassero viva. Enormi com’erano, mi divoravano. Era il mio stesso desiderio a divorarmi.

Insomma, la strada per i miei obiettivi è sempre stata lunga e impervia! E per tanto tempo ho cercato di sviare, di scegliere le stradine intorno che forse poi mi avrebbero portato lo stesso laggiù. I miei piani B, C, D, E e tutte le lettere dell’alfabeto.

Piani che mi avrebbero portato da qualche parte. Non con meno fatica. Solo con meno consapevolezza di quanto stessi faticando.

Ho pensato e ripensato al piano B come a quella nuvola benedetta che mi avrebbe salvato qualora fossi scivolata, impedendomi di cadere e di farmi male.

Ma un piano B non è una nuvola di comfort; è un’alternativa, una possibilità, un’occasione, sì — ma che per sua essenza ti becca già quando sei a terra perché può arrivare ad aiutarti solo in quel momento, quando hai dato tutto, tutto, per il tuo piano A.

Altrimenti, è il piano B il tuo piano A.

Ed è questo ciò che spaventa davvero: che per rimontare in sella devi aver perso tutto e questo è il motivo per cui molti non ci provano mai fino in fondo.

Perché il piano A implica che mettiamo in gioco le nostre emozioni e le nostre fragilità, non solo la nostra forza e la voglia di farcela.

E vi dirò un segreto, che segreto non è: questo fa paura, fa una paura immensa ed è anche normale che sia così!

Le emozioni che suscitano i Piani A: la saudade

Camminando sulla mia strada, è stata proprio questa paura a farmi capire quanto volessi il mio piano A. La paura, e anche un’altra emozione in particolare, la saudade.

Saudade è una parola di origine portoghese che fa parte dell’elenco di termini dal significato così sottile da non avere un corrispettivo nella lingua italiana. La saudade è qualcosa di simile alla nostalgia, ma di fatto è intraducibile, perché non è solo la mancanza di qualcosa quanto piuttosto la presenza di ciò che quell’assenza ti lascia dentro.

Saudade è percepire così intensamente l’assenza di ciò che amiamo e abbiamo perso e desideriamo, da sentirsi pieni di amore: saudade è l’amore che resta.

Saudade - Silvia VernuccioA questa emozione mi sono ispirata nella scrittura del mio romanzo, “Saudade”, appunto. “Saudade” parla della paura e assieme del coraggio di inseguire gli obiettivi, i piani A, quelli che fanno battere il cuore, quelli la cui sola idea di raggiungerli ci fa esplodere di amore e voglia di metterci in gioco.

Ho scritto questo romanzo perché questa emozione mi ha insegnato tantissimo, assieme alla paura: perché oltre tutte le brutte sensazioni, mi permette sempre di sentirmi viva.

Ogni volta che mettiamo in gioco le emozioni e le viviamo consapevolmente in funzione dei nostri piani A, è allora che stiamo vivendo veramente. Anche se non possiamo sapere in anticipo come andrà a finire, quando mettiamo le nostre emozioni, anche quelle più spiacevoli, a servizio dei nostri piani A siamo già vittoriosi, perché stiamo dando tutti noi stessi.

Ora ti invito a riflettere: c’è un’emozione che, come per me la saudade, è per te un vero e proprio motore d’azione verso i tuoi obiettivi?