di Giada Ales

Andrà bene? Sarà come me lo aspetto? E se non lo faccio, e va male?
In fondo, perché dovrei provarci?

In questo periodo dell’anno di nuovi inizi, F. inizia la sua sessione di coaching propri con queste domande. E le fa una dietro l’altra, velocemente, mentre sul suo viso vedo passare – a braccetto con il dubbio – la rabbia e la tristezza, e un dolore sempre un po’ difficile da spiegare.
È di quelli con una mente superveloce e proiettiva su moltitudini, livelli, implicazioni profonde, che  genera in conseguenza al suo stesso funzionamento.

Non è questione di non credere in se stessi e basta, che spesso diventa un effetto di questo gioco un po’ perverso in cui una mente gifted finisce con regolarità.
È un analizzare ogni più piccolo dettaglio, è immaginare gli scenari più assurdi e alla fine dichiararsi di non farcela, di non poter decidere, perché qualsiasi scelta porta con sé nuove analisi e nuovi dubbi, e il gioco ricomincia da capo.

«Mi sento immobile. E io odio essere immobile. DEVO decidere!» conclude F., con una voce affaticata e una postura stanca, chiusa in se stessa.

Provo a spostarlo mentalmente da questo loop: cos’hai provato a fare fino ad oggi?
Lo faccio con la consapevolezza di una risposta precisa e quasi automatica.
F. non mi delude: elenca una serie di azioni, di cose che ha messo in campo fino a quel momento: precise e razionali come le sue domande (e c’è una coerenza importante in questo…).
Si concludono con un ancora più esasperato: «Si ma tutto questo io lo so già e quindi non funziona per me!»

C’è uno spazio che è sempre presente, secondo me, tra questi momenti e quel passaggio evolutivo utile al cambiamento che si desidera, ed è spesso sotto i nostri occhi, per quanto piccolo e stretto possa sembrare.
È lo spazio in cui cambiare domande cambia la prospettiva, sposta lo sguardo su altro e quel gioco al massacro di ricerca del particolare a tutti i costi, diventa una risorsa: che cosa posso imparare da tutto questo? E come può funzionare, per me?

Una recente ricerca sui meccanismi alla base dell’apprendimento e della formazione della memoria ha evidenziato come, nel nostro cervello, quelle che sono identificate come spine dendritiche “fungono da zona di contatto tra i neuroni ricevendo input (informazioni) di forza variabile. Se un input è persistente, viene attivato un meccanismo mediante il quale i neuroni amplificano il “volume” in modo che possano “sentire” meglio quella particolare informazione (Caporale & Dan., 2008).
E di conseguenza, tutto quello che ha un “volume” basso viene sistematicamente ignorato.

Quando siamo concentrati sulla stessa modalità di pensiero, quando le domande che ci stiamo facendo sono un libro – scritto da altri – letto infinite volte, il “volume” del nostro apprendimento è davvero molto basso. Perché il fatto di essere già passati di lì ci fa dire che ne conosciamo tutti i contorni, che sappiamo già come andrà a finire e che nulla cambierà di quello scenario.
E anche perché spesso un gifted tenta disperatamente di adeguare il suo pensiero a quello degli altri, cercando soluzioni che sarebbero ben accette da chi non è un gifted, riuscendo solo, nel migliore dei casi, a essere una brutta copia di un originale scelto male.

Ecco perché spesso l’autostima ha a che fare con un cambio di prospettiva nelle sue infinite analisi, con uno sforzo nel guardare oltre l’ovvio di una scelta tra due vie, per entrare in uno scenario nuovo, in cui è davvero possibile uscire dalla propria zona di comfort cognitivo e trovare ciò che non va nella condizione attuale.

Allenare il cervello a trovare nuove connessioni, innovazioni, opportunità e possibilità che altrimenti potrebbero andare perse, è il vero punto di partenza di una mente plusdotata, perché non è mai solo questione di scelta ma è sempre questione di come sapere usare ciò che si è per il proprio benessere.

E in un certo senso, tutto questo ha a che fare proprio con l’abbracciare ciò che si è, smettendo di rifiutare – in tanti modi, spesso troppo sottili per essere subito evidenti – il proprio talento e tutte le altre eccezionalità, quando presenti, e permettere quel primo cambiamento che mette in sicurezza le relazioni e la propria auto-espressione proprio grazie all’interruzione di tutti quegli schemi di resistenza e di auto-sabotaggio imparati strada facendo.