I paradossi dell’empatia – parte 1

di Mario Maresca

Troppo spesso sottovalutiamo il potere di un tocco, un sorriso, una parola gentile, un orecchio che ascolta, un complimento onesto o il più piccolo atto di cura, tutti elementi che hanno il potenziale per cambiare una vita“.
Così scriveva Leo Buscaglia, docente e scrittore statunitense, autore di numerosi libri sull’educazione e sull’amore.

Dalle sue parole capiamo l’importanza di questa controversa ma insostituibile dote sociale chiamata empatia.
Senza questa capacità rischiamo di essere animali solitari e di non riuscire a costruire reti sociali degne di questo nome. D’altronde l’ho definita “controversa” perché vedremo come possa generare effetti collaterali spiacevoli, nonostante la sua ovvia, insostituibile funzione positiva.

Si può puntare il dito contro una competenza relazionale da affinare quando l’empatia non si traduce né in un sollievo per l’altra persona, né in un passaggio a un’azione utile a migliorare la situazione. D’altro canto, a mancare con frequenza è la capacità di capire in anticipo il decorso di una relazione, cosa continuare a fare, cosa smettere e cosa fare differentemente per prendersi veramente cura di essa, oltre che dei singoli coinvolti.

Empatia, una parola su cui conviene fare chiarezza per svelare quei meccanismi sistemici che potrebbero far andare male le cose anche se non vorremmo. Soprattutto perché la vita nelle organizzazioni di qualsiasi tipo è imperniata sulla capacità dei singoli componenti di far squadra, darsi supporto e consigli quando servono e generare valore aggiunto nelle relazioni e grazie a esse.

Gli schiaffi della realtà

In un mio precedente articolo, in cui parlavo di Contagio Emotivo, definendolo “(…) tendenza a provare ed esprimere emozioni simili a quelle degli altri che sono presenti in un ambiente…”, aggiungevo anche che “(…) Dobbiamo riconoscere che le nostre emozioni e i nostri sentimenti influenzano gli altri, che ci piaccia o no, che ne siamo consapevoli o meno.

Il Contagio Emotivo viene considerato come il fondamento dell’empatia. Esattamente come tutti gli altri contagi, questo si diffonde automaticamente e in modo non controllato da un essere che osserviamo (l’altro) a un osservatore (noi).

L’empatia è una componente necessaria, seppur non sufficiente, per generare relazioni sociali di valore e successo.

Per queste ultime, si richiede che le persone si rappresentino e comprendano in modo appropriato azioni, intenzioni e sentimenti dei loro conspecifici. Allo scopo di ottenere questo obiettivo, il cervello umano sa capire (abbastanza) gli altri e condividere i loro stati sensoriali, motori ed emotivi. È un processo che spesso avviene con scarso o nessuno sforzo, ed è essenziale per tutti gli aspetti del comportamento sociale.

Secondo De Vignemont e Singer (2006) l’empatia è “la capacità di condividere consapevolmente lo stato affettivo di un altro individuo, riconosciuto come fonte di quello stato, e generare in noi uno stato simile a quello percepito o immaginato negli altri.

Eppure sono state tante le situazioni, e altrettante le frasi che, nel mio mestiere di coach, trainer e consulente organizzativo mi hanno schiaffeggiato e riportato alla scomoda realtà che il desiderio di far star bene le persone care e significative, attraverso un accudimento che possiamo definire empatico, non sempre ottiene il suo scopo. E, soprattutto, può addirittura far male, qualche volta.

Per questo cercherò di circostanziare cosa può andare male in una relazione empatica e di rispondere alle seguenti domande:

  • perché parliamo di empatia perlopiù in relazione a stati emotivi dolorosi o negativi?
  • come mai essere empatici ci costringe anche a essere non-empatici?
  • quale empatia è funzionale e quale no?
  • fa sempre bene a noi e agli altri essere empatici?

Il mirino sul negativo

Vorrei potermi fidare ma non so mai se faccio bene: in fondo ognuno pensa solo a se stesso.

Gli esseri umani, così come altri mammiferi (primati e non primati), hanno una solida attitudine a essere sociali. Per navigare e interagire in modo efficiente in un ambiente, ci siamo dotati di aree cerebrali dedicate alla rilevazione di stimoli potenzialmente dannosi, per noi stessi o per altri. La nostra capacità di sintonizzarci con gli stati sensoriali e affettivi altrui rende questo sistema di allarme un meccanismo in grado di ridurre al minimo possibile l’insorgenza di stress tossico, angoscia, lesioni fisiche o, alle estreme conseguenze, la morte. Ecco quindi che l’empatia esiste soprattutto per provvedere, in modo soddisfacente, al mantenimento di uno status quo psico-fisio-sociologico adatto alla sopravvivenza di un gruppo.

Peraltro, l’empatia comprende un’ampia gamma di comportamenti: il già menzionato Contagio Emotivo è quello di base. Altri sono la Preoccupazione Empatica (il “sentire per” l’altro), il Simpatizzare, cioè l’affetto di preoccupazione per qualcuno bisognoso, fino all’Assunzione di Prospettiva, che presuppone una facoltà meno emozionale e più razionale.

Sarà per tutto quanto appena detto che non si sente mai parlare di empatia per chi sta attraversando uno stato mentale positivo?
È molto probabile che sia così.

Mario Maresca è anche autore della Prefazione del libro Fotografie emozionali di Silvia Vernuccio