di Gianluca Grossi

Immagini legate tra loro generano una storia, una storia con senso compiuto genera un racconto, un racconto è un dipinto della realtà fatto con la tavolozza dei colori messi a disposizione dalle nostre esperienze. Più esperienze abbiamo più colori avremo nella nostra tavolozza.

L’immagine racconta o noi raccontiamo un’immagine?

L’immagine è la rappresentazione della realtà o è il nostro vissuto che dà un significato all’immagine?

E ancora, i racconti diventano immagini o sono le immagini che raccontano una storia?

Un’immagine può raccontare la storia di una persona, di un amore, o diventare un simbolo per interi periodi storici. Al pari di un film o di un libro, le immagini possono trasmettere sentimenti molto forti, toccare nel profondo dell’anima, influenzare lo stato d’animo, far rivivere momenti anche molto lontani nel tempo.

Sono sempre stato affascinato dalla potenza dirompente delle immagini, dalla forza evocativa che trasmettono, dall’influenza positiva o negativa che una foto, un quadro, un disegno o un segno possono dare a chi le guarda e a come può cambiare il significato se la stessa immagine è raccontata.

Un’immagine vale mille parole, mille pensieri e mille persone

Per circa due milioni di anni abbiamo comunicato con gesti e segni, abbiamo fatto a meno della scrittura e abbiamo utilizzato un vocabolario molto povero, quindi dovevamo “ricordare” ciò che vedevamo associandolo a suoni, odori, sensazioni; questo ci ha permesso di evitare i pericoli, aumentare le opportunità ed esplorare l’ambiente circostante.

La nostra esperienza e la capacità di sopravvivenza sono state, quindi, legate soprattutto agli organi di senso e in primis la vista, affinando la capacità di analisi e di memoria.

Il progredire tecnologico ha strutturato altre forme di comunicazione legate principalmente a una forma di linguaggio complesso che ha certamente accelerato il progresso, rallentando e inibendo le nostre capacità primordiali.

Sant’Isidoro sviluppò nel VII e VIII secolo la teoria delle immagini, da questa si definì il concetto di comunità: “l’insieme di coloro che vedono la stessa cosa, e il valore centrale che univa il popolo era la luce emanata dalle immagini condivise”.

Il medioevo cercò di realizzare e di dipingere un pensiero, una profezia. L’immagine doveva anticipare il visibile di realtà: Realtà che, in altro modo, sarebbero rimaste segrete.

L’analisi dei dipinti del quattrocento fatte nel XIX e XX secolo si arricchiscono di “indizi minimi” quali rilevatori di fenomeni più generali e di visioni del mondo di una classe sociale. Pur nelle loro differenti fonti storiche, l’analisi si carica di significati complessi.

Quando immagazziniamo il significato di una parola, il nostro cervello la vede come un’immagine, non come un gruppo di lettere da elaborare.

E’ quanto hanno accertato gli esperti della Georgetown University Medical Center in uno studio pubblicato sul “Journal of Neuroscience”, che mostra come la nostra mente impari rapidamente le parole “sintonizzando” i neuroni in modo che rispondano a una parola intera, non a parti di essa.

I neuroni rispondono in modo diverso alle parole reali e a quelle senza senso, dimostrando che c’è una piccola area del cervello sintonizzata in modo da riconoscere le parole complete.

Immagine e memoria visiva

Nella didattica e nella quotidianità si tende a utilizzare la memoria visiva come strumento molto efficace: ricordi meglio se vedi un’immagine.

Studiare e ricordare non sono altro che processi di trasformazione da flusso di parole a flusso di immagini, immagini legate tra loro generano una storia, una storia con senso compiuto genera un racconto, un racconto è un dipinto della realtà fatto con la tavolozza dei colori messi a disposizione dalle nostre esperienze.

Più esperienze abbiamo più colori avremo nella nostra tavolozza e più il racconto sarà dettagliato e facile da ricordare perché logico.

La trasposizione non avviene parola per parola ma con immagini d’insieme per gruppi di parole. Non solo è un processo logico ma è anche creativo, perché generare un’immagine significa dare forma a un pensiero, a una descrizione, a un concetto, generando una fervente attività nell’emisfero destro del cervello.

Nella cultura occidentale “fare comunicazione”, progettare, condividere, parlare, elaborare percorsi d’intesa si traduce in un linguaggio contestualizzato.

Nel trascorrere dei secoli il linguaggio si è arricchito e articolato, adattandosi alle specificità descrittive, fino ad arrivare al punto in cui l’immaginazione è descritta dalle parole. Spesso servono troppe parole per descrivere uno stato d’animo o una sensazione e allora ecco l’involuzione linguistica o la sua trasformazione.

Anoressia letteraria o comunicazione efficace?

Dapprima il testo in 140 caratteri tipico dei tweet, caratteristica legata inevitabilmente a un’evoluzione trasformativa, ha messo in evidenza una competenza comunicativa specifica per età e ceto, un idioletto, ricco di espressioni brachilogiche e tachigrafiche, foriero di capacità di sintesi e concisione.

La strutturazione del messaggio non consente ridondanze o prolissità, l’abbreviazione diviene sempre più accentuata, la punteggiatura eliminata, l’uso sempre più abusato di abbreviazioni, segni grafici, di frasi sincopate e apocopate porta a un’istantaneità di messaggio, non sempre chiaro o non sempre tradotto come nell’intenzione dell’emittente.

Questo linguaggio dal sapore mimetico porta a un inevitabile traghettamento verso un linguaggio icastico e iconico, laddove le emoticon diventano la rappresentazione tipica di una comunicazione paralinguistica fatta di immagini ed estranea alla forma scritta.

E’ pur vero che il dictat Kantiano citava “ i concetti senza intuizioni sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche”, quindi del testo che ne facciamo? Lasceremo a icone poco complesse di sostituire la forma narrativa? Come descriveremo i romanzi, i saggi, le poesie? Trascureremo la lingua e il piacere del discorso in favore della velocità e della semplicità?

La nostra vita è dettata da fretta, frenesia, ansia, sempre con l’orologio in mano e con l’agenda elettronica che suona scandendo appuntamenti a ritmi serrati.

L’illusione di guadagnare preziosissimi millesimi di secondo distorcendo frasi e condensando pensieri ci rasserena, abituandoci alla superficialità e all’illusione del sapere.

Filtrando la realtà con l’occhio della comodità, ci adagiamo a un linguaggio deprivato destrutturato, senza che ci sia chiesto un minimo sforzo per riattivare il cervello, la fantasia, la memoria.

Leggiamo sempre meno, fatichiamo a costruire e visualizzare un pensiero attraverso le parole, i social ci rubano il tempo disponibile aprendo le porte alle scuse, rimaniamo affascinati da sequenze di immagini imposte dalla rete e non scelte, riponiamo la nostra attenzione solamente su ciò che ci è proposto senza andare alla ricerca del significato intrinseco dell’immagine, del racconto o del testo.

Ciò che un testo ci dice, scriveva Marc Bloch, non costituisce più l’oggetto della nostra attenzione. A noi di solito interessa maggiormente quel che ci lascia intendere, senza averlo voluto dire in maniera esplicita.

Da questo il dilemma: ci stiamo guidando verso un’anoressia letteraria, ci stiamo privando della nostra foresta delle illusioni o siamo noi che pigramente ci facciamo guidare da stereotipi premiscelati involvendo a gruppi di interesse “teleguidati”?

Siamo nell’era della digitalizzazione di massa, della comunicazione massiva, che non comunica e genera solitudine ed emarginazione.

Abbiamo perso la capacità di ascoltare davvero, dedicando del tempo a chi ci sta di fronte, comprendendone le emozioni, i sentimenti, immaginando e sognando con i suoi occhi.

Non servono consigli e suggerimenti, spesso le persone hanno solo bisogno di essere accettate per quello che sono, di essere vissute con il loro zaino di esperienze, con la loro tavolozza di colori facendo collimare le visioni, le immagini delle realtà in un’unica immagine condivisa. Questa si chiama comunicazione efficace, visione del vissuto.