di Silvia Vernuccio

È l’ora di cena.
Non me ne ero accorta.
Prima era appena mattina e poi c’è stato il pranzo e il dopopranzo e il pomeriggio.
Il pomeriggio.
Ore calate sul viso del mondo come un sudario.

È un sudario?

Tanti festeggiano l’arrivo della sera, l’ora di cena. Apparecchiano e invitano gli amici.
Si godono il pasto.

Che cosa mangerò, io?

È ora di cena e non so che preparare.
Qualcosa dovrò pur mangiare, no?

Una cena buona.
Una cena ben fatta.
Non so cucinare.
Cosa mi serve?

Il pane — come si fa il pane? Acqua, farina.
Il pane. Voglio fare il pane. Il pane è il simbolo dell’esistenza umana. Tutto quell’unire gli ingredienti, impastare, controllare le temperature, che devono essere giuste. Attendere la lievitazione. Attendere, soprattutto attendere. La giusta temperatura. Non è solo una questione di impasto; è una questione di pazienza. E poi dare la forma, attendere ancora, accendere il forno.
Impostare la temperatura rovente e cuocere e attendere. Di nuovo.
Sfornare e attendere che si raffreddi perché il pane tagliato troppo presto si dilania, si rovina, perde la forma ed è come sprecarlo.
E la casa che si riempie di quell’odore di luce, l’odore di vita, l’odore del pane.

Fare il pane è troppo complicato.
Tutto quell’unire gli ingredienti impastare controllare le temperature attendere la lievitazione — attendere — soprattutto attendere. L’attesa. Il pane non è fatto per chi non sa aspettare.
Io non posso aspettare.
Non so aspettare.
Non voglio.

È l’ora di cena.
Qualcosa bisognerà pur cucinare.
Tutti mangiano e io apro il frigo mezzo vuoto e, che mi invento?, chiedo alla luce che muore ogni volta che richiudo lo sportello. Un grido. Di metalli non oliati; il grido del frigo che si chiude e il grido della mia resa.

Cosa serve per una cena decente? Cosa mangiano gli altri?

I più pazienti e tenaci hanno il pane.
Ne sento l’odore infestare il sottile spazio fra le finestre, come un veleno che striscia fra le imposte. È un profumo lontano — dopotutto, non sono in tanti ad avere la pazienza e la tenacia per preparare il pane.
Sono molti di più quelli che cucinano la pasta, o le uova, o fanno un gran “mescolone” con l’insalata di riso ora che è estate.

Insalata di riso.

Il frigo grida ancora mentre torno ad aprirlo. Grida mentre lo richiudo dopo aver preso tutto quello che c’era nascosto dentro.
Sottaceti già aperti, da non so quanto. Affettati, un formaggio che è quasi tutto coccia. Ci starebbero bene dei pomodorini ma non li ho perché non ho fatto la spesa.

La spesa.
La spesa.

Proprio oggi sono andata al supermercato; sì — anche se mi sembrano passate settimane. Cosa ho preso? Qualcosa da bere, un paio di cose per la colazione… non ho pensato alla cena. Non avevo niente in mente per stasera e così non sono riuscita a cercare, spuntare nomi di prodotti alimentari da una lista.

Dicono sia il metodo perfetto, per mangiare bene.
Sapere cosa vuoi cucinare, per poter comprare, per poter mangiare. Per stare bene.
Alcuni riescono a farlo.
Vanno al supermercato con la loro lista in mano: cetrioli pomodori carote frutta verdura carboidrati proteine dolcetti per i momenti di coccola gelato per gli ospiti caffè aranciata. Al ritorno il frigo è pieno e la mente ispirata e le mani sanno cosa prelevare da quello sportello (che stranamente smette di gridare) mentre il cervello ha in testa la cena da preparare e il procedimento e le papille gustative già la pregustano come un miraggio, più simile una previsione.

E poi le mani tagliano affettano mescolano cuociono bollono infornano sfornano condiscono servono. Tutto è funzionale al momento in cui finalmente ci si siede a tavola e si consuma la cena. È un momento di festa. Il momento in cui ti accorgi di quanto sia stato saggio entrare in quel supermercato sapendo esattamente cosa comprare, raggiungere il reparto ortofrutta non perché ti ci sei perso in mezzo ma perché sai che è lì che vuoi essere esattamente, è lì che troverai la materia prima per i tuoi contorni o per quella pasta con le verdure che ti piace tanto.

Questo momento non sarebbe esistito senza quel che si dice, “le idee chiare”.
Di fatto, questo momento per tanti non esiste.
Nei supermercati c’è sempre qualcuno che resta fermo nel bel mezzo della corsia e solleva la testa e cerca, con lo sguardo, le insegne al di sopra degli scaffali per capire dove si trova e cosa sta cercando. Cosa dovrebbe cercare.

Insegne come fari nella notte.

L’occhio che cerca e scruta e osserva e si chiede: cos’è che volevo mangiare? Cos’è che dovrei mangiare?
L’ora di cena che avanza e le casse che iniziano a chiudere e i prodotti messi in sconto perché anche il locale sta per chiudere.

Forse sarebbe stata una buona idea arrivare al supermercato con una lista.

Non ritrovarsi nel bel mezzo della mia vita a chiedermi se non era meglio ritagliarsi del tempo per scrivere cosa avrei voluto mangiare per cena e che ingredienti mi sarebbero serviti per cucinarlo, piuttosto che arrivare a perdermi in un supermercato dove le insegne sopra le corsie mi guardano come mostri dalle fauci di fuoco. Piuttosto che tornare a casa e aprire il frigo e costringermi a fare un mescolone con ingredienti causali per allestire la mia vita, per allestire la mia cena. Renderla presentabile solo perché è l’ora.

Intorno, nel vicinato, c’è il suono di stoviglie tipico di chi si sta mettendo a tavola per consumare il pasto.

Staranno mangiando ciò che desiderano?

È di loro gradimento?

Ora, finalmente, mi metto a tavola anche io. Guardo il mio piatto. Il piatto pieno di cose casuali che ho raccolto dal frigo urlante e non ho la più pallida idea se ciò che mi appresto a mangiare mi piacerà o mi darà il voltastomaco, come quando il sale e lo zucchero non sono ben bilanciati. Non lo so perché non conosco il mio piatto, ho dovuto assemblare quel che c’era per poter dire a me stessa e a tutti gli altri che alla fine ho cenato anche io.

Ma sto veramente cenando?

Che cos’è che rende una cena, una cena?

Annego. In un mare di dubbi. O nel mio bicchiere d’acqua.
Il bicchiere, un anonimo schietto cristallino bicchiere d’acqua mi guarda dal centro della tavola come fosse un salvagente.

Ma non è un salvagente.

È solo un’àncora che mi precipita vicino alle orecchie una domanda. Un pensiero che inizia a ronzare come un moscone estivo, un calabrone dal pungiglione spesso e pericoloso.

Mi pungerà.
Mi farà male.
Una parola.
Piccola, semplice.
Una parola comune, di quelle che si sentono alla tv ogni due per tre di questi tempi, se la accendi nell’orario giusto, l’orario in cui tutti devono proprio cenare.

Salvacena.

È così, è questo ciò che sto per mangiare. Si chiama così. Da cosa mi sta salvando questo piatto, esattamente?

Dalla fame, dalla mia dimenticanza? O forse dalla mia pigrizia?
Dalla mia incapacità di sedermi da sola con me stessa per dieci minuti o dieci anni a riflettere su cosa voglio veramente e cosa mi fa stare bene e farne una lista con cui entrare sicura nell’età adulta e nel supermercato?

Il bicchiere d’acqua ride di me.
È solo dalla sua trasparenza che il mio piatto improvvisato mi sta salvando.