di Marco Casula

Avevo cinquantuno anni quando ho preso carta e penna e ho cominciato a scrivere il mio primo romanzo, pubblicato tre anni dopo.

All’inizio, quando ho sparso in giro la notizia, la reazione di quella ristretta cerchia di persone che mi vuole bene è stata di bonaria perplessità (di cosa sta parlando questo?), poi d’incredulità affettuosa (ah sì, pure tu?). Infine, poiché amici e conoscenti credo abbiano saggiamente atteso di leggere il manufatto (ammesso e non concesso che l’abbiano proprio fatto) tutti si saranno preparati a un commento diplomatico che non suonasse ipocrita e non oltrepassasse i limiti della provocazione.

Forse non è andata così.

Forse, superata una più che legittima sorpresa, avranno pensato che tanto valeva leggere ciò che avevano in mano (chi si crederà di essere, poi!). Magari nella convinzione che presto tutto sarebbe scivolato nell’antro buio dell’indifferenza e dell’oblio a futura memoria, dove sono riposte le azioni dei mediocri.

Intendiamoci: una simile reazione sarebbe stata ben più che legittima. Non ne sarei rimasto affatto scandalizzato.

Del resto, da piccolo non ho mai esercitato il mestiere. Che aspettarsi? Alla mia età, poi. Uno così o ha deciso di fare morti sul campo ammorbando l’aria di cadaveri putrescenti credendo di aver fatto una strage di lettori, oppure non ha niente di meglio da fare per passare il tempo.

In questo caso, il retro pensiero sarebbe stato: Si fosse fatto una bella scopata, vuoi mettere? La sua libidine sarebbe stata ugualmente appagata e l’atto di sublimazione non avrebbe avuto conseguenza alcuna.

Fuor di metafora, al contrario la domanda che le persone di cui sopra mi hanno fatto è stata: Perché?

Che cosa ti ha spinto a scrivere a 50 anni?

Posto che l’età non c’entra nulla e che non è stata una folgorazione improvvisa o un’ispirazione divina, la risposta più semplice che ho potuto dare è che ne ho avvertito l’impulso. Mi sono lasciato andare, evidentemente preso da una passione che bruciava come la brace sotto la cenere. Questa è stata l’azione primordiale, il big bang che ha scatenato la reazione a catena che ha fatto esplodere la creatività e tutto il resto.

E il resto è la sfida. Quella insita nell’atto di scrivere, in particolare di scrivere una storia. Insomma scrivere per raccontare e per raccontarsela un po’. Personalmente direi, con realistica e larga approssimazione, che quando scrivo mi sento più uomo di fatica che scrittore. Infatti non userei questa parola, se dovessi definirmi.

Tecnicamente sarebbe più appropriato e onesto il termine di scrivente, nel senso usato da Umberto Eco. Che non è affatto una diminutio.
Comunque, scrittore o scrivente che sia, per tutti coloro che provano il piacere di scrivere una storia o un diario o una semplice lettera, anche una sola volta nella vita, scrivere è un urlo.

È come dire: io esisto!

A volte è un urlo liberatorio, talora disperato, altre proclamatorio, addirittura terapeutico.
Oppure tutte queste cose insieme.
Scrivere è una lettera al mondo.
È un atto di testimonianza del tempo.
Meglio: è, come dice Pasolini, un testamento.
Meglio ancora: è il prologo di quel poco di sapere accumulato.