di Marco Casula

È da tempo che ci penso.

Credo da quindici o vent’anni. Da quando è entrata nella mia testa una balena che non riesce a uscirne. Come fosse imbrigliata in una gigantesca rete.

Succede tutte le volte che finisco di scrivere qualcosa che impegna le mie ore e sai che non ti lascerà per giorni e giorni. A volte mesi.

Succede sempre tutte le volte.

Succede sempre quando finisco una storia di quelle. Di quelle che mi entrano nel corpo sino a farmi stare bene. Però quando la parola “fine” è appostata nell’ultima riga provo sempre un grande senso di frustrazione. La balena è ancora là, nelle profondità delle mie premonizioni, negli anfratti dei miei sentimenti, in quella sfera sacra irrazionale della mia mente che mi chiede di essere disincagliata un’altra volta.

Così è successo anche questa, anche se il romanzo resterà chiuso nel prezioso cassetto e forse ci resterà come un milite ignoto nel suo sepolcro imbiancato impuro inviolabile e nessuno ci baderà più. Succede allora che mi domandi perché ho scritto quella storia, mi chiedo semplicemente perché l’ho fatto o ancora più semplicemente perché scrivo, e basta. Viene da pensarci, dopo.

Si scrive per soddisfare un bisogno egoistico, narcisistico, qualche volta di vanità. Forse.

Non è il mio caso, almeno non in questo caso specifico. O forse scrivere è l’unica possibilità ancora che resta di diventare un personaggio dalla spiccata personalità, oppure per liberarsi dall’angoscia distruttiva del personaggio del destino che si crede di portarsi addosso, per menarsela ogni tanto.

Tuttavia, siamo sempre nel campo dell’inconsistente incommensurabile impalpabile vanità.

Difficile da ammettere, ma verosimile.

Oppure, si scrive per rincorrere un’altra realtà

Si scrive per gettare lo sguardo oltre se stessi, si diventa altri in qualche modo, tanti altri io che duplicano la realtà, scrivere per intraprendere un percorso di conoscenza, il racconto in presa diretta di una metamorfosi che ci fa sembrare altre persone.

Quella scrittura ci coglie, ci accoglie, ci chiama, ci mostra una strada costellata di segni, parole srotolate dopo altre parole.

Si desidera senza pensare che negli eroi immaginifici sono proiettate le nostre fantasmagorie di figure, di luci e colori.

E mentre mi faccio tutte le domande del mondo e mi do tutte le impossibili inimmaginabili impietose risposte, finisco col tornare al punto di partenza. Mi sottraggo da tutte le sovrastrutture e le armature di cui mi ero vestito e alla fine trovo l’unica, vera risposta. Termino una storia e scopro che l’ho scritta soprattutto perché avevo tempo per farlo, oppure non avevo niente da fare.

È la più sconcertante delle risposte, lo riconosco, ma è così. Questa è la ragione. Non c’è niente di snobistico, sia chiaro. Mi pare l’unica risposta onesta. Se in tasca avete un’altra possibile risposta recapitatela per favore al milite ignoto, questo nostro romanzo della nostra vita.