di Giada Ales

“Mi sono sempre detto che il mio futuro è determinato solo da ciò che scelgo di fare oggi. Che il successo o meno di un’idea ha a che fare più con la progettazione da qui in avanti, che tutto dipende da come costruisco il mio stare giorno dopo giorno.”

“E tutto quello che ti ha permesso di arrivare sin qui, che posto ha nella realizzazione del tuo futuro?”

“Il minimo indispensabile. Soprattutto gli errori, i fallimenti, insomma quelle scelte che, di fatto, mi hanno rallentato rispetto alle mie aspettative. A dirtela tutta, non ci penso mai. E si, lo faccio per scelta. Non posso cambiare ciò che è stato, quindi perché pensarci che poi mi viene pure il nervoso?!”

F. parla velocemente, come sempre. F. è uno dei tanto gifted invisibili. Ma questa volta la sua voce non riesce a nascondere un tono stizzito, nervoso, una sorta di resistenza a quel principio di cambiamento sollecitato dalla mia domanda.

Ciò che sei stato, tutte le tue scelte, compresi i fallimenti, non solo ti hanno portato fino a qui, ma inevitabilmente determineranno il tuo futuro. Le azioni che hai fatto fino a oggi, come hai pensato, il modo in cui hai affrontato la vita, personale e professionale, tutto continua a disegnare il tuo futuro, in qualche modo.

A questa riflessione credo si possa reagire in almeno due modi. Sentendo il peso di scelte fatte e quasi l’impossibilità di cambiarne gli effetti. Oppure riflettendo fino ad arrivare ad una nuova consapevolezza. Che ha a che fare con il potere.

Le scelte fatte per andare avanti

Quel poter far succedere le cose, definendo nuove strade, cambiando marcia o persino stravolgendo tutto dall’oggi al domani.  Ma senza lasciare tutto quel bagaglio di scelte, di azioni fatte che ci rendono ciò che siamo, fino a farne un vero trampolino di lancio. Magari proprio nei momenti più impensabili, di quelli in cui ti trovi a dover fare scelte rapide e se la tua solita dinamica arborescente è non scegliere perché tutto ha implicazioni e in ognuna di esse si nascondono scelte infinite, provare a chiederti “cosa so già fare che in questo momento può essermi di aiuto?” potrebbe fare una bella differenza.

Walter Bonatti è stato un grande alpinista italiano. Esploratore e giornalista poi, ha compiuto imprese epiche, in un periodo storico – come quello dell’ultimo dopoguerra – in cui la tecnologia e le pratiche di alpinismo di oggi chiaramente non esistevano.

Della sua storia, che per chi non la conosce consiglio di approfondire, c’è un momento in particolare che mi ha molto colpito.

È il 1955. Un anno dopo l’esperienza sul K2, da cui torna per miracolo e che segnerà in molti modi la sua vita, decide di scalare in solitaria la cima del Petit-Dru (Monte Bianco). Rimarrà in parete per sei giorni, in quella che è considerata un’arrampicata che cambierà la storia dell’alpinismo. Sia per l’enorme difficoltà di scalata, con verticalità assolute, fatta per di più in solitaria, sia per come la conclude.

Infatti, al sesto giorno, poco sotto la cima, si ritrova bloccato in un punto da cui non ha la possibilità né di proseguire né di scendere, proprio per le caratteristiche della parete appena superata.

Accade così che proprio lui, da sempre in grado di intuire letteralmente la via su pareti mai scalate prima, con una capacità di analisi e di focalizzazione sui particolari fuori dal comune, inizialmente non riesca a trovare soluzioni.

Poi l’idea. Geniale, folle, senza possibilità di errore né di ripensamenti. Utilizzando le corde a sua disposizione, crea un nodo al capo di una di esse e la lancia come fosse una bolas. Una, due, tre volte. Fino a quando, finalmente, si incastra tra le lame sopra di lui. Terrà? La roccia è abbastanza solida? In quel momento Bonatti non ha alcuna certezza. Ma compie l’azzardo assoluto e, arrivando in un tratto persino a fare di fatto una scalata libera (all’epoca ancora poco praticata rispetto all’uso di chiodi e corde per garantire la sicurezza dello scalatore), raggiunge la vetta.

Compie così l’impresa che, assieme a molte altre, lo renderà uno degli alpinisti più grandi della nostra storia.

“Coerenza non è cecità, testardaggine, limitatezza, ma consapevolezza delle proprie scelte e accettazione delle responsabilità che ne derivano. È chiarezza di intenti e fermezza di carattere.” Walter Bonatti

Cos’è che ha definito il successo di questa sfida?

Sicuramente la preparazione atletica e le tante competenze sviluppate sul campo, tra cui proprio l’essere sopravvissuto al K2. Ma credo che, al netto di tutto, ciò che permise a Bonatti di arrivare letteralmente in cima fu proprio ciò di cui parla: una coerenza figlia di consapevolezze, scelte e responsabilità create nel tempo. E di una chiarezza di intenti così lucida da non dare spazio ad altro se non al successo.

Gifted invisibili

Tutti abbiamo uno schema su cui muoviamo i nostri passi e che costruiamo per tutta la vita. Può essere la tendenza ad essere determinati contro tutto e tutti, oppure a rimanere in un angolo con la guardia alzata per parare i colpi, ma di fatto senza mai fare un passo in avanti.

Oppure la creatività che ci spinge a disegnare o ad inventare storie sin da piccoli, o ancora la passione per i motori o il sentirci vivi solo quando viaggiamo, che troppo spesso finiamo per relegare al tempo libero o “al quando ci riesco”.

E nel mezzo, c’è quella parte di vita fatta in parte di professioni in cui, lentamente ma inesorabilmente, non stiamo bene noi ma neanche il nostro ambiente.

E questo a me sembra accada perché da gifted invisibili per ignoranza altrui, diveniamo adulti invisibili a noi stessi per negligenza, che affrontano scelte dimenticandoci cosa ci ha portato sin lì, come ci siamo arrivati, chi eravamo e in realtà siamo ancora.

Facciamo spesso scelte “o/o” perché così funziona per gli altri, e ci sembra di rimanere tempi infiniti ad osservare la cima di una montagna di turno senza trovare la via per raggiungerla. Viviamo frustrazioni che nel tempo possono divenire le fitte sbarre di una gabbia mentale in titanio.

Come se ne può uscire?

Di nuovo, la chiave è sempre già nelle nostre mani. Ed ha i contorni proprio della nostra storia.

Cosa mi piaceva fare a dieci anni?
E a venti?
Che tipo di libro ho amato leggere?
Cosa avevano in comune i miei amici ai tempi dell’università?
Se ho dato vita a dei progetti, qual è il fil rouge che li unisce?
Cosa mi ha appassionato di ognuno di loro, a prescindere da come è andata?
Ecco che allora, se il pensiero creativo è ciò che ti affascina di più, come cambierebbe la tua vita se cercassi un ruolo che ti darebbe l’opportunità di viverlo professionalmente a pieno?

Se quello che non solo sai fare maglio ma che ti regala quelle emozioni che ti fanno sentire vivo e viva è fare ricerca e allo stesso tempo per te è fondamentale agire per il bene dell’umanità, forse è il momento per valutare come e in che modo queste due cose possano convergere in una professione che ti permetta di esprimere tutte le tue potenzialità.

“Nel particolare è contenuto l’universale”. James Joyce

Quando pensiamo alle scelte coraggiose, folli, agli azzardi di persone come Bonatti possiamo sentirci tanto lontani da quel loro modo di essere. Pur condividendo le caratteristiche di un pensiero veloce e divergente, possiamo cadere nella trappola di pensare che no, noi non sapremo mai essere come loro. Di fatto mettendo in atto quel giudizio di paragone per il quale soffriamo così tanto quando proviene dagli altri.

Ma, prendendo spunto dalle parole di Joyce, possiamo cambiare prospettiva pensandoci quel “particolare” dentro cui vive “l’universale”. E rendere visibili quei passi che da tempo abbiamo tracciato, quella via fino a questo momento invisibile ai nostri occhi che, a ben vedere, è solo un guardarsi indietro e iniziare a guardare con cura ciò che c’è, fino ad arrivare a scoprire esattamente quelle risposte che stiamo cercando da tempo.

 

Per approfondire l’argomento, guarda l’intervista di 78pagine a Giada Ales