di Giada Ales

Mi sono chiesta spesso cosa significhi essere se stessi. Può sembrare strano ma per molto tempo l’ho considerato un concetto troppo vasto e ricco di sfumature per poterlo definire in due parole.

Forse anche perché sono cresciuta osservando i gesti, le intenzioni, i modi di fare e anche di parlare delle persone, con attenzione, per comprendere cosa trovavano interessante gli altri, e imparare ad imitarlo.

In qualche modo questo mi ha permesso di darmi una forma crescendo, di sviluppare valori e credenze che negli anni sono stati i pilastri della mia crescita personale e professionale.

Non mi ha, però, permesso di comprendere profondamente chi fossi e soprattutto come potessi realmente esprimerlo. Per arrivare a questo c’è voluta una valutazione e la conferma della mia plusdotazione. D’altronde, se passi una vita a nasconderti alla fine finisci per nasconderti persino a te stessa.

Quanti gifted sanno di cosa parlo?

Quanti adulti gifted, uomini e donne che hanno un lavoro, una famiglia, che vivono vite dense, magari a loro volta genitori di gifted, si sentono ancora così?

Quanti di loro da bambini e da bambine si sono semplicemente spenti pur di non sentirsi diversi, pur di proteggersi dalle critiche o dalle parole forti di insegnanti e genitori ignari, senza però riuscire a spegnere nulla della propria neurodiversità? Se ci si potesse contare, tutti insieme, so che molti rimarrebbero stupiti.

Essere se stessi: l’unicità è una scelta!

Qualche giorno fa ho visto uno speciale su Barbra Streisand. Ho sempre amato questa artista, così particolare e di una bellezza tutta sua, che ha saputo legare la sua voce a film indimenticabili (se dico “Come eravamo”, riuscite a non canticchiare pensando a Robert Redford?!) e ad album altrettanto iconici. Conoscevo però poco della sua vita, che invece chiaramente racconta cosa l’ha portata ad essere inserita giovanissima e solo dopo sette anni dall’inizio della sua carriera – unica tra tutti –  tra gli EGOT.

Non parlo della determinazione, o della lucidità nel raggiungere i suoi obiettivi, ma dell’aver fatto di ogni suo “difetto” un segno unico, solo suo, perfettamente inimitabile. Persino nella scelta di cambiarsi il nome c’è, probabilmente, la volontà di esaltare una diversità generativa.

Ecco, per me essere se stessi è essere unici, inimitabili. L’unicità è anche una scelta, e non appartiene solo ai gifted, certo, ma nei gifted ha profondità e intensità emotiva uniche che li allontana proprio dal voler mettere in risalto ciò che sono.

In una cultura in cui la diversità è qualcosa da temere, sono tanti gli adulti plusdotati che incontro grazie al mio lavoro convinti di dover costantemente tenere a bada ciò che li caratterizza.

La riflessione che mi viene da fare è che forse non sapremo veramente smettere di osservare i segni di successo nei gesti e nelle parole degli altri cercando di farli nostri, forse sceglieremo sempre di avere una vita a misura di vita altrui, forse non sapremo mai veramente rispondere a chi ci chiederà “chi sei?”.

Però possiamo iniziare a puntare sull’unica cosa che abbiamo solo noi, su quell’unicità che non può essere imitata e che se mostrata – magari anche con un po’ di timido orgoglio no?! –  può persino essere d’ispirazione.

Perché le persone che smontano e costruiscono la propria vita fanno venire fame di vita, mostrano quello che c’è di vero e di reale, oltre le patine dei social, oltre i giudizi copia-incolla di chi non pensa, oltre il linguaggio che condiziona e fa credere che essere diversi sia qualcosa di cui aver paura, sempre.

Perché, accanto a Batman, alla fine ci si possa dire con un sorriso: “Sii te stesso, a meno che tu non sia un gifted. In tal caso, sii un gifted!”.

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