di Giuseppe Greco

Nell’osservazione del comportamento degli animali, compresi i primati, non sembra presentarsi un agire caratterizzato dalla produzione di gesti, suoni o manufatti arricchiti di elementi puramente estetici. Tale finalità è costantemente presente nelle azioni umane: perché?

Quale bisogno viene soddisfatto?

La ricerca psicologica della Gestalt ha evidenziato che il processo innato di organizzazione delle percezioni tende a evidenziare “forme” ben definite.

Per cui, anche di fronte a figure non strutturate, i nostri processi cognitivi associano una forma coerente e identificabile, che acquieta la reattività neurofisiologica.

Tale acquietamento invia segnali di “piacevolezza” che stimolano la riproduzione di tali segnali: iniziamo a voler riprodurre tali “piacevolezze”, siamo spinti a “procurarci” tutte le possibili sensazioni capaci di produrre le “endorfine”.

Il bello, una forma di dipendenza

Tendiamo a contornarci di oggetti che, oltre a essere utili, siano anche gradevoli o associati a esperienze cariche di piacevolezza. Lo sviluppo di ciò che chiamiamo abilità artistiche è strettamente collegato a questa “dipendenza”. Tutte le popolazioni umane hanno lasciato l’eredità delle loro produzione artistica di cui anche noi oggi ne godiamo.

La Bellezza è stata cosi pregnante nei sentimenti umani che il totale di ciò che esiste i Greci l’hanno chiamato Cosmo: ordine, armonia che sono le componenti di ciò che apprezziamo come Bello.

Da Cosmo deriva il termine Cosmesi che è la pratica di abbellimento.

I termini Bello, Buono e Bene come fine ultimo

Il termine Bello è associato al termine Buono di cui è una evoluzione linguistica e si rapporta al principio di Bene

Tre parole etimologicamente e semanticamente corrispondenti.

Il nostro programma genetico ci avvia a raggiungere il Bene espresso in tutte le forme materiali, morali e, per chi ci crede, spirituali.

Identificare e agire per conquistare il vero Bene è la motivazione fondamentale della vita umana.