di Silvia Vernuccio

Da linguista, un aspetto che mi ha sempre affascinato molto è il processo per cui i nostri pensieri trovano la loro espressione nelle parole di una lingua.

Il linguaggio opera una vera e propria trasfigurazione in questo – trasportando dalla nostra mente alla nostra comunicazione verbale ciò che è frutto di un nostro pensiero.

Eppure, non tutte le lingue hanno parole adatte a veicolare concetti specifici, soprattutto quando si tratta di esprimere sensazioni ed emozioni. Il meccanismo è semplice: se c’è necessità di esprimere un concetto, col tempo nasce anche una parola adatta a veicolarlo.

Questo processo può dirci molto su come da popolo a popolo si dedichi attenzione ad aspetti diversi della vita: alcune culture hanno un vocabolario ricchissimo in riferimento al lessico, ad esempio, agricolo; altre ancora lo hanno per il tessile o per l’universo gastronomico, e anche qui è interessante notare come alcune culture sviluppino ampie terminologie in riferimento, ad esempio, alla panificazione mentre altre, che dei panificati fanno poco uso in tavola, presentano coerentemente un lessico più ridotto a riguardo.

La ricchezza di vocabolario per esprimere le emozioni

La stessa cosa accade per quanto riguarda il lessico emozionale.

Il linguaggio emozionale è, infatti, uno dei più soggetti a variazioni tra le diverse culture ed è certamente specchio della sensibilità emotiva di un popolo.

Se esaminiamo le parole di una lingua atte a veicolare particolari emozioni, capiamo facilmente la tendenza dei parlanti a porre attenzione ad alcuni aspetti della sfera emozionale che magari in altre culture sono assenti; è possibile dunque capire non solo quanto, ma anche su quale tipo di emozioni un popolo ha maggiormente sviluppato la propria sensibilità.

Esistono espressioni in lingue diverse dall’italiano adatte a scolpire in modo molto sottile l’universo emozionale.

Queste parole possono essere inscritte all’interno di una macro emozione che trova una sua espressione anche nella nostra lingua, ma ne descrivono in modo molto preciso la sfumatura, in una maniera che per forza di cose non trova un suo corrispondente in tutte le lingue.

Mi è capitato una volta di provare un fortissimo senso di nostalgia quando un ospite a cui tenevo particolarmente aveva lasciato la mia casa.

Ho poi scoperto che, benché in italiano possiamo descrivere questo tipo di emozione con un insieme di parole, affermando di provare malinconia all’idea che quella persona ora sia lontana e di sentirci nostalgici verso il tempo che abbiamo trascorso insieme, gli indigeni Baining della Papua Nuova Guinea usano semplicemente la parola “awumbuk” per descrivere tutto questo.

Così, quando un ospite caro lascia la loro casa, i Baining sistemano delle ciotole piene d’acqua agli angoli delle stanze e l’acqua funge da raccoglitore per l’awumbuk, il particolare tipo di malinconia che l’ospite ha lasciato dietro di sé proprio come una scia di profumo e che ci fa sentire tristi.

Come tradurre la sensibilità emozionale di un popolo?

È questo tipo di precisione linguistica che rivela la sensibilità emozionale di un popolo. E i traduttori sanno perfettamente che questo è anche il cuore della difficoltà del tradurre – o, come direbbe Antoine Berman, l’impossibilità del tradurre.

Ci sono parole che sono e probabilmente resteranno per sempre, intraducibili. Tutto ciò che un traduttore può fare è trasfigurarle: portarle perciò dalla cultura d’origine a quella d’arrivo cercando di rispettare il più possibile l’anima della parola stessa mentre mette in atto una metamorfosi.

Mi ha sempre colpito un’analogia con cui spesso ci si riferisce all’atto del tradurre: si dice che la traduzione sia un tradimento, perché in essa rimane una qualche forma, più o meno sottile, ma sempre presente, d’infedeltà al testo originale.

Non è possibile restare contemporaneamente fedeli al senso e alla lettera, e inoltre non sempre è possibile riportare la sottigliezza di un concetto da una lingua all’altra e il traduttore è costretto ad accettare questo limite.

Forse, come lettori, siamo disposti anche noi ad accettare questo scoglio comunicativo, per quanto doloroso: una traduzione rende comunque il testo fruibile in lingue diverse dall’originale e ha sicuramente la possibilità di arrivare più lontano rispetto a un testo pubblicato in una sola lingua.

Ma possiamo veramente tradurre le emozioni? La felicità, ad esempio è uguale per tutti?

Ciò che è meno evidente, è che viviamo questo processo in molti aspetti della comunicazione interpersonale. Quando si tratta di emozioni, ad esempio, chi può realmente dire quanto il concetto di “felicità” di una persona corrisponda perfettamente a quello di un’altra?

Siamo davvero sicuri che quando dico “sono felice”, chi mi ascolta sappia esattamente cosa significhi per me la parola “felicità”?

Se per me “felicità” significa euforia immotivata e per un altro assenza di turbamenti, stiamo veramente parlando della stessa cosa quando pronunciamo questa parola?

Come esseri umani non siamo traduttori professionisti: non siamo abituati all’idea del tradurre e molte incomprensioni comunicative vengono proprio da questo dettaglio.

Conoscere il linguaggio delle emozioni non significa solo conoscere l’aspetto letterale delle parole con cui definiamo le emozioni. Significa conoscerne il senso che giace oltre la lettera e saperne esprimere il significato a chi ci ascolta e per poterlo fare, è necessario cominciare da noi stessi – imparando a definire chiaramente nella nostra mente emozionale il significato che si cela dietro al nome che assegniamo alle nostre emozioni.

È un po’ come conoscere più a fondo qualcuno a cui abbiamo appena stretto la mano.