di Sara Carnevale

Confrontarsi con realtà differenti dalla propria è la più grande sfida per ogni essere umano.

Ogni essere umano, almeno una volta nella vita, si è chiesto se il mondo, così come lo percepisce, è reale e se la sua esperienza conoscitiva è universale.

La differenza tra vista e visione

La vista è una pura abilità del corpo: l’occhio è, infatti, capace di distinguere i dettagli, gli oggetti e le scritte; una simile capacità si è sviluppata per permettere la sopravvivenza dell’uomo in un ambiente ostile.

La visione è, invece, un fenomeno complesso, meglio definito come percezione visiva, grazie al quale la realtà è costruita attraverso processi mentali.

Nell’antichità, già Plinio, nel suo testo Naturalis Historia, aveva intuito che l’organo deputato alla vista era la mente. La sua intuizione era giusta poiché nel processo visivo giocano un ruolo essenziale sia la corteccia visiva celebrale sia gli organi della vista.

Non a caso, lo stimolo luminoso percepito dalle cellule della retina, i fotorecettori, è convertito in un segnale elettrico e trasmesso alle cellule nervose lungo le vie neurali dall’occhio al cervello, dando luogo a una cascata di impulsi che giungono alla corteccia cerebrale e generano l’immagine visiva.

La visione, quindi, rappresenta il passo successivo all’acquisizione: solo dopo la conversione degli stimoli luminosi in informazioni neurali, il nostro cervello codifica le informazioni in entrata per ricostruire l’immagine che gli occhi hanno acquisito.

In altre parole, il nostro cervello aggiunge, sottrae, riorganizza e codifica tutte le informazioni sensoriali per interagire con il mondo esterno.

Il risultato è un’immagine tridimensionale, adattata per correggere i difetti della retina, resa stabile, nonostante i movimenti del nostro occhio e della testa, e reinterpretata enormemente sulla base del nostro background di scene visive simili.

Ciò che percepiamo nel presente è la conseguenza della nostra esperienza del passato, della nostra cultura e del nostro stato d’animo.

L’uomo, rispetto ad altri animali, non si limita solo a osservare il mondo, egli cerca il significato delle cose che percepisce ed è capace di legare un’emozione a un’immagine.

La corteccia visiva celebrale è come un filtro attraverso cui la realtà deve essere analizzata: solo facendosi attraversare l’uomo può costruire la sua visione del mondo. Ne deriva che, se la visione è un fenomeno soggettivo, la realtà è un’illusione.

La nostra percezione visiva è soggetta a errore, molto spesso sbaglia anche di fronte a cose semplici come dimostrano molte ricerche scientifiche. Se, quindi, la nostra visione del mondo è così limitata, come possiamo comprendere veramente la realtà?

Proprio questo limite può insegnarci una cosa molto importante: solo il confronto con l’altro e il dubbio possono ampliare la nostra percezione del mondo. Unicamente imparando a mettere in discussione la nostra visione soggettiva, possiamo raggiungere una conoscenza più profonda delle cose, che vada oltre le nostre assunzioni di base sul mondo.

La visione e il mito della caverna di Platone

Nel mito della caverna, Platone descrive perfettamente il primo livello di esperienza conoscitiva comune a tutti gli uomini: ovvero la percezione delle ombre proiettate sul fondo della caverna.

L’ombra rimanda a una realtà relativa e incostante, così come ci conferma la neurobiologia, impegnata negli ultimi anni a spiegare il delicato e ingegnoso meccanismo della visione. Nel mito, gli uomini sono prigionieri, incatenati dalla convinzione che ci sia un’unica realtà possibile, quella percepita solo con gli occhi.

Solo uno fra loro riesce a liberarsi e, uscendo dalla grotta, scopre la luce del sole che illumina e rende visibile gli oggetti senza ricorrere alle ombre e permette di superare le cristallizzazioni mentali che, di volta in volta, tendono a formarsi e a bloccare la naturale capacità di conoscenza. All’inizio gli occhi del prigioniero che si libera non sono in grado di percepire la realtà, così come essa si presenta, occorre il tempo necessario perché essi si adattino alla luce del sole, al bene. Il risultato finale sarà straordinario: il prigioniero diviene libero grazie ad una maggiore apertura verso la ricchezza dell’essere ed è finalmente in grado di attivare tutte le sue risorse.

Comprendere questo ci permette di percepire diversamente anche noi stessi e gli altri. Confrontarsi con realtà differenti dalla propria è la più grande sfida per ogni essere umano.

Nell’incontro con l’altro la vista è il primo livello di conoscenza: annotiamo i dettagli, la forma, il colore, la collocazione nello spazio. La visione è il passo successivo, infatti, rielaboriamo i singoli dettagli e costruiamo un’immagine, diamo significato a ciò che abbiamo visto nell’altro. Alla luce di quanto detto, questo tipo di conoscenza è ancora parziale, incompleta e relativa.

Conoscere l’altro richiede uno sforzo maggiore e ci costringe a utilizzare tutte le nostre capacità, e a chiederci se quello che vediamo è reale o è frutto solo di una percezione viziata.